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Emidio Spinelli - Avere paura ed essere morali…

Sullo sfondo dell’intreccio di luci e ombre che sicuramente avvolge la difficile situazione attuale, occorre senza ulteriori indugi accettare un dato di fatto: abbiamo bisogno della paura, di una paura che non si blocchi sulla soglia dell’oggetto che ci spaventa, ma scateni energie o promuova soluzioni in grado di risolvere i problemi che quell’oggetto nuovo e terrificante suscita. Tutto ciò potrebbe o quasi dovrebbe prendere la direzione di una rinnovata antropologia, legata a un discorso sull’uomo, non infittito di retoriche considerazioni astratte o sostanziato da asfittiche prospettive angustamente antropocentriche, ma sorretto da esigenze che non possono che essere etiche nel senso più ampio del termine. Ci si dovrebbe allora orientare verso l’ambito della moralità, ben sapendo che un passo del genere porta in primo piano, subito e senza residui di sorta, la necessità di tematizzare il concetto stesso della libertà, questa rischiosa peculiarità, la cui ampiezza si misura solo ed esclusivamente nel momento in cui essa si lascia guidare dalla responsabilità.

Insomma, per garantire un fattivo spazio di salvaguardia alla vita della biosfera intera, per esercitare, con consapevole responsabilità, scelte che vadano a vantaggio dell’integrità futura e globale, per riaccendere le luci di una razionale e consapevole moralità a tutto vantaggio di un produttivo controllo dei rischi aperti dal nostro (spesso disastroso) agire (o piuttosto agitarsi?) si può e anzi si deve imparare, nuovamente, ad aver paura. Come si può fare? In questo caso la proposta e l’ammonimento di Hans Jonas possono forse esserci di un qualche aiuto: occorre imparare a praticare un’attenta e proficua euristica della paura, in virtù della quale «si dovranno apprendere nuovamente il rispetto e l’orrore per tutelarci dagli sbandamenti del nostro potere […]. Il paradosso della nostra situazione consiste nella necessità di recuperare dall’orrore il rispetto perduto, dalla previsione del negativo, il positivo: il rispetto per ciò che l’uomo era ed è, dall’orrore dinanzi a ciò che egli potrebbe diventare, dinanzi a quella responsabilità che ci si svela inesorabile non appena cerchiamo di prevedere il futuro» (H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, a cura di P. Portinaro, Einaudi, Torino 1990, p. 286).


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