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Fabrizia Abbate - Temporary blended: il tempo mischiato della pandemia

Qualche settimana fa, ho letto la notizia della cerimonia di laurea con i robot al posto degli studenti. È avvenuto in Giappone, dove la Business Breakthrough di Tokyo ha deciso, in questi duri tempi di Covid 19, di consegnare i diplomi di laurea ai robot “Newme” (della società sviluppatrice Ana Holdings) al posto degli studenti che, da remoto, controllavano i loro sostituti, vestiti con la toga e il tocco dei laureati (Repubblica/Esteri/2020/04/08). Invece della testa meccanica, i robot avevano i tablet che trasmettevano l’immagine del volto degli studenti reali.

Leggere questa informazione, nei giorni terribili dei numeri esorbitanti dei decessi per coronavirus in tutto il mondo e della stasi imposta a qualsiasi attività, è stato come riprendere fiato, un sollievo durante l’angoscia della pandemia: l’idea che finalmente i robot possano supportarci e sostituirci là dove la nostra incolumità sarebbe in pericolo, è davvero un sogno tecnologico che si avvera. La speranza è divenuta realtà anche in Italia, già in alcuni reparti di terapia intensiva, come a Varese e Rimini, dove sono stati introdotti i robot ad assistere e monitorare i pazienti. Aldilà delle riflessioni estetiche ed etiche che questi due fatti sicuramente promuovono (e su cui ragioneremo in altra sede), i robot che irrompono vestiti da laureati in una cerimonia di consegna dei diplomi pensata per esseri umani, non ha più l’effetto “perturbante” che poteva avere qualche anno fa, o quella tonalità emotiva estraniante, quel senso di sconfitta dell’umano che avremmo potuto percepire fino a qualche mese prima dello scoppio dell’epidemia. Tutt’altro: quei robot hanno suscitato empatia, hanno perfino avuto un effetto rassicurante. E in un certo modo, ancora indefinibile, sono stati un presagio.

Siamo arrivati agli ultimi giorni di questa prima fase di lockdown decisa dalle nostre istituzioni. Si avvierà ora la fase seconda e saremo tutti impegnati a capire cosa fare, a proteggerci, a fronteggiare paure, rischi, impegni, decisioni che avranno conseguenze per noi e per gli altri. Ci affideremo alle regole stabilite, al buon senso, all’opportunità delle situazioni. Torneremo a mediare gli obblighi con le libertà. E noi studiosi di morale faremo quello che siamo chiamati a fare, utilizzando le parole dell’etica: agire e progettare. Ognuno farà le proprie riflessioni, ricapitolerà le sue esperienze e proverà a dare risposte alle domande e ai dubbi sulla condizione umana, nelle ombre scure di una crisi che non è soltanto biomedica e sanitaria, ma anche sociale ed economica e, alla radice di tutto, esistenziale. Ognuno utilizzerà gli strumenti intellettuali che possiede, il patrimonio culturale che ci è servito da bussola fino a qui: ci saranno appelli alla responsabilità individuale, alla garanzia delle politiche pubbliche, richiami al primato dell’individuo, al primato della collettività, preoccupazioni per le tutele economiche, per la tenuta delle reti sociali, attenzione alle scelte nazionali, all’urgenza della globalizzazione tecnologica. Tuttavia si scoprirà, poco a poco, che la semplice operazione di adattamento delle idee alle nuove circostanze, potrebbe non bastare; che i vecchi e i nuovi paradigmi potranno coesistere in modalità blended solo fino a quando arriverà la svolta, il capoverso, la mutazione che ogni evento genera con la sua irruzione nella permanenza.

Per un po’ potremo ancora tergiversare, promuovere sintesi, cimentarci in ermeneutiche, oppure lanciarci a capofitto in contrapposizioni nella speranza di una reductio ad unum, ma poi dovrà finire: semplicemente perché non basterà.

Metafora di tutto questo potrebbe essere il distance learning con cui ci siamo trovati a far colazione ogni mattina, passando dalle aule universitarie di cemento alle aule digitali del web. Siamo sinceri: l’ambiente delle piattaforme online prestato momentaneamente a gestire le nuove modalità della trasmissione dei saperi e delle competenze è il migliore degli ambienti accademici possibili? L’evoluzione fondamentale dell’E-Learning nel T-Learning è cosa diversa da questa improvvisata (eppure necessaria e importante) riqualificazione telematica di università e scuole. Di converso, il ritorno alle lezioni in presenza, come antitesi pura alla distanza telematica, reggerà a lungo? E dopo che questo shock telematico troverà assestamento nei meccanismi della ricezione sociale, l’aula viva potrà tornare ad essere sempre considerata l’opzione migliore? Non è solo lo scenario apocalittico di un mondo con pandemie ricorrenti a farci dare una risposta negativa: è sufficiente la preoccupazione contingente di una crisi economica che ridurrà viaggi e alloggi fuori sede.

La verità è che siamo temporarily blended, per dire metaforicamente come possiamo pensarci nell’oggi della pandemia.

Proprio come quei fantastici robot che hanno ricevuto il diploma di laurea al posto degli studenti in carne e ossa: una soluzione transitoria, ma non si vive a lungo di transizione. Cosa sta per succedere? Non lo sappiamo, e forse tutto quel che abbiamo saputo fino ad ora ci aiuterà a capire qualcosa, ma non il tutto che arriverà e che sarà da scoprire. Teniamoci stretto Aristotele, perché ci servono di nuovo la meraviglia e lo stupore.




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