Cerca
  • Il blog della SIFM

Fiorella Battaglia - QUALI OBBLIGHI DISCENDONO DALLA MORALIZZAZIONE DELLA NATURA?

PANEL NATURALE/ARTIFICIALE

La tecnica è un elemento costitutivo delle pratiche e delle istituzioni della condizione umana e non solo. La tecnica costituisce un’area d’indagine etica e allo stesso tempo presenta sfide alla teoria morale perché trasforma la realtà ed esige che la teoria morale si adatti a una situazione mutata come è per esempio quella che accompagna il graduale processo di moralizzazione della natura. Si osservano due trasformazioni diverse e di segno contrario: mentre i sistemi tecno-sociali diventano progressivamente capaci di agire in autonomia finendo in tal modo per circoscrivere il raggio d’azione umano trasformandolo in interazione con i sistemi autonomi, le biotecnologie realizzano uno spostamento di segno inverso, ampliando la portata dell’agire umano, aggiornando così “l’agenda umana” con nuovi compiti.[1] In particolare può darsi il caso per cui un’analisi degli aspetti etici di una certa tecnologia tesa in prima istanza alla valutazione e all’orientamento rispetto alle misure da adottare per renderne possibile un’implementazione eticamente sostenibile si debba confrontare con una trasformazione così radicale delle pratiche e delle istituzioni indotte dallo stesso processo mediato dalla tecnologia da richiedere una revisione della teoria morale. Questo è un punto importante perché segna (i) sia il limite del ricorso ai principî in etica che caratterizza la maggior parte delle etiche applicate;[2] (ii) sia anche il limite di tutte quelle concezioni della tecnica che la considerano solo un mero strumento senza riflettere sul fatto che essa interagisce con la prassi sia essa pratica che teoretica modificando di conseguenza non solo l’interazione sociale ma anche il modo stesso in cui si categorizza il mondo.[3]

Per sostenere la tesi che il presentarsi di nuove opzioni tecnologiche procedendo a un processo di moralizzazione della natura configura anche nuove responsabilità fino addirittura a ipotizzare una responsabilità per azioni mancate sarà necessario affrontare i due limiti menzionati prima.

Nella prima parte di questo contributo presenterò i paradigmi, le giustificazioni e gli ambiti di quella che considero la sistemazione standard che vige nell’ambito della teoria generale dell’etica e nelle sue diramazioni di etiche applicate. Nella seconda parte mostrerò i limiti della concezione che intende la tecnica come un mezzo per raggiungere uno scopo. Infine nella terza parte presenterò il mio argomento a favore di una responsabilità più ampia che comprenda anche le azioni mancate rispetto all’adozione delle nuove tecnologie. Infatti, non è sufficiente fare solo appello alla coscienza e sollecitare così maggiore adesione alle nuove tecnologie paventando ascrizioni di responsabilità dovute all’inazione. Occorre completare il ragionamento. In particolare l’argomento a favore dell’obbligazione a sviluppare l’opzione tecnologica deve confrontarsi da un lato con l’incertezza epistemica che l’accompagna e dall’altro con la reale possibilità di esecuzione dell’azione.

Etica generale ed etiche applicate

Secondo il paradigma che sostiene le etiche applicate, l’analisi delle questioni etiche presentate dalle tecnologie emergenti è un tema di applicazione di principî che verrebbero di volta in volta formulati nella teoria etica generale dei diversi approcci normativi (utilitarismo, deontologia, etica della virtù, etc.). Per esempio l’utilitarismo presenta il principio dell’ottimizzazione del bene. Secondo quello che è l’approccio più potente e persuasivo dell’etica normativa, l’azione moralmente giusta è l’azione che produce il massimo del bene. Invece per l’etica deontologica il principio è quello dell’autonomia (autodeterminazione) che concilia quindi due caratteristiche a prima vista incompatibili: in primo luogo agire secondo le leggi e cioè non in modo arbitrario o casuale e, in secondo luogo, agire liberamente (libertà di volontà). Per l’etica della virtù valgono analoghi ragionamenti così come anche per gli altri paradigmi di etica normativa.

Sia nel caso del paradigma utilitaristico che in quello delle etiche deontologiche si pone la questione di quale sia la fonte di plausibilità per il candidato a supremo principio della moralità. In altre parole di come si faccia a determinare il principio secondo il quale il bene è determinato come benessere (umano), e da quale fonte il paradigma deontologico attinga la conoscenza degli obblighi morali. Così come i classici utilitaristici si basano sull’universale natura umana e la sua determinazione attraverso la ricerca del piacere o dell’utile, i classici deontologici si rifanno a determinati obblighi morali. Entrambi come si può vedere deducono i loro principî da una teoria astratta che viene poi di volta in volta messa in esercizio nelle etiche applicate. L’approccio metodologico delle etiche applicate come dice il nome stesso è soggetto alla teoria generale dell’etica normativa di riferimento e pertanto è intrinsecamente ambiguo. Da un lato, questo tipo di riflessione etica mira a fornire orientamento e indicazioni in settori speciali della pratica umana e perciò sembra essere molto specifica e fortemente legata al contesto. Da un altro lato, l’etica applicata adotta uno schema deduttivo senza interrogarsi sull’origine e giustificazione dei principî da essa accolti. Li dà piuttosto per scontati. Si suppone che essi appartengano a un sistema generale di regole e norme morali. Queste regole e principî morali dovrebbero essere applicati a contesti specifici per discernere tra interventi tecnologici, per decidere quali sono quelli etici e quali invece quelli non eticamente sostenibili. Un tale paradigma non raramente fallisce, non solo perché non mette in discussione il fondamento di questi principî, ma anche per la sua incapacità di cogliere le peculiarità e le caratteristiche proprie di ogni campo dell’azione umana. Questo limite appare evidente quando le sfide etiche poste dall’uso diffuso delle nuove tecnologie non possono essere ricondotte a casi evidenti di fallimenti epistemici o etici – di infrazione rispetto a un dato principio. Non è facile riportarle al mancato rispetto di alcuni principî. Eppure, alcuni degli effetti del ricorso alle nuove tecnologie generano della confusione cognitiva, perché pur essendo i loro effetti discutibili, è difficile spiegarne le ragioni continuando a far riferimento al paradigma generale dell’etica normativa. La sensazione di disorientamento che i loro effetti producono deriva dal fatto che non possiamo dar loro un senso riconducendoli al modo familiare di affrontare le cose. Ciò che serve è un’analisi più dettagliata dei valori impliciti ed espliciti in gioco. L’analisi critica della teoria dovrebbe essere condotta a due diversi livelli: (i) per quanto riguarda la specifica previsione teorica, e (ii) per quanto riguarda la sostenibilità etica delle pratiche che la tecnica ha reso possibili. Si vede così che è il cuore della disciplina a essere messo in discussione. Una prima articolazione attenta sia alla sostenibilità concreta della tecnologia oggetto di valutazione che all’inquadramento teorico generale va poi approfondita secondo nove dimensioni in grado di coprire e collegare aspetti etici, sociali e politici. La preliminare considerazione sistematica delle dimensioni include: 1. il soggetto; 2. l’oggetto; 3. la particolare dimensione in cui l’oggetto è coinvolto nell’intervento tecnologico. Nel caso di un intervento di potenziamento per esempio, occorrerà stabilire se la dimensione in questione è il comportamento, il corpo, i tratti personali, o altre ancora; 4. il patrimonio di conoscenze richiesto per realizzare l’intervento specifico; 5. il criterio per misurare il successo dell’intervento; 6. il beneficiario dell’intervento; 7. la procedura che viene utilizzata per realizzare l'intervento; 8. i mezzi che vengono utilizzati; 9. le conseguenze previste e non previste.[4] Insomma: se volessimo riassumere che cosa richiede questo modello di valutazione per essere attuato in modo concreto, scopriremmo che esso a differenza del modello standard non mira a stabilire un ennesimo elenco di principî, ma piuttosto a fornire una guida per l’attuazione concreta e l’applicazione pratica di valori e principî per dirimere le situazioni eticamente sensibili.[5] L’articolazione proposta si muove su diversi livelli di astrazione: dal più generale che comprende i diritti fondamentali, principî e valori, teorie generali normative al più concreto che coinvolge le intuizioni e le credenze delle persone interessate fino all’applicazione agli interventi specifici. Così articolata l’analisi consente di affrontare oltre alle specifiche previsioni etiche anche le altre questioni rilevanti come quelle che interrogano il modo in cui l’innovazione tecnologica in gioco media le azioni e le interazioni umane, rendendo in tal modo conto di come le nuove tecnologie possono influenzare la maniera in cui concettualizziamo il mondo e modificarne di conseguenza l’organizzazione sociale e politica. La mediazione tecnologica dà al mondo una nuova ontologia comprendendolo e concettualizzandolo in modi nuovi e inaspettati, innescando e motivando azioni basate sulle intuizioni che genera. Come esempio, basti pensare alle trasformazioni prodotte dal passaggio da una cultura basata sull’oralità a una basata sulla scrittura.[6] Dovremmo quindi chiederci se una certa tecnologia oltre a mettere a disposizione una specifica opzione tecnologica crei nuovi tipi di mediazione con la realtà. Questa specifica tematica dell’allargamento e inclusione della dimensione teoretica che è suscettibile di venir rimessa in gioco dalle applicazioni della teoria ha delle ripercussioni anche sulla filosofia della tecnologia che verranno discusse nella seconda parte di questo contributo. Ora invece è necessario trarre le conclusioni rispetto al primo punto e cioè all’assetto della teoria generale dell’etica e alle sue derivazioni nelle discipline di etica applicata. Se rinunciamo al presupposto che sia già disponibile un sistema di criteri normativi già pronti, allora avremo una teoria etica capace di integrare le nuove scoperte e i loro effetti con la nostra pratica umana. Specifici problemi di ricerca e di applicazione del giudizio morale saranno quindi parte costitutiva della teoria etica stessa. Le etiche applicate non possono ridursi a un mero esercizio dell’etica normativa, i cui principî vengono applicati alle fattispecie per valutarne la loro conformità etica.[7] Una risposta affermativa a questa domanda significherebbe sostenere la visione standard di una posizione razionalistica nei confronti dell’etica. È possibile ottenere una teoria più intuitiva che si basi sul riconoscimento di certe proposizioni morali come evidenti? Poiché credo che il ragionamento morale abbia il suo inizio nei concetti ordinari e nelle nozioni che tutti noi abbiamo – che possono essere sviluppati e messi alla prova nella loro coerenza confrontandoli con la teoria etica generale – in questo contributo sostengo un approccio differente rispetto a quello standard, che ora abbozzerò brevemente. I più recenti studi sulle fonti della normatività non ne forniscono una deduzione ma piuttosto descrivono fenomenologicamente il suo essere radicata nelle pratiche quotidiane dell’interazione sociale.[8] Il punto di partenza della disciplina etica non sono i principî etici. Il punto di partenza è costituito dalle convinzioni morali alla base dei giudizi morali. Le convinzioni morali si riferiscono a ciò che è buono, a ciò che è moralmente inammissibile, che può essere considerato una distribuzione equa, ecc. Ci sono convinzioni morali di più alta generalità alle quali non siamo pronti a rinunciare. Così come ci sono comportamenti specifici che vogliamo vedere caratterizzati come immorali. Compito della teoria etica generale è cercare di sviluppare criteri generali per il buono e il giusto, che siano coerenti con le singole convinzioni morali che sembrano non negoziabili e dall’altro fornire una guida nei casi in cui le nostre concezioni morali sono incerte o addirittura contraddittorie. A causa di queste considerazioni epistemologiche e metodologiche, non è escluso che per diversi ambiti della pratica umana esistano diversi criteri normativi appropriati, che non possono essere ridotti a un unico sistema di regole e principî morali.[9] Almeno sembra euristicamente appropriato che i più grandi complessi della pratica umana, ognuno dei quali ha caratteristiche specifiche siano sottoposti ad un’analisi normativa indipendente.[10] Questo è tanto più vero nel caso dell’etica delle nuove tecnologie che hanno un carattere tale da essere ubique e di conseguenza di incidere in molte delle pratiche in cui siamo coinvolti quotidianamente. Se accettiamo che il giudizio etico si basi sulla ricostruzione delle componenti centrali del sistema di convinzioni morali e sulla sistematizzazione e creazione di criteri che forniscano un orientamento in situazioni in cui il nostro giudizio morale è incerto, allora l’approccio dell’applicazione di principî dall’alto verso il basso (top-down) in vigore nell’etica applicata si rivela inadeguato e occorre prevedere un nuovo assetto. Se si procede a questa messa in discussione, allora la dimensione etica riceverà uno status completamente nuovo. Credo che queste riflessioni metafilosofiche possano aiutare a comprendere perché le nuove tecnologie ci spingono ad adottare una nuova prospettiva. Nella vita quotidiana, in cui l’introduzione di nuove tecnologie ha un impatto notevole, le intuizioni e gli imperativi morali sono spesso vaghi e dipendono dal contesto. Le teorie utilitaristiche, per esempio, sono state formalizzate in discipline come la teoria delle decisioni e la teoria delle scelte sociali. Pertanto, sono sì suscettibili di fornire vincoli all’azione, regole da seguire, ma sono ben lungi però dall’eguagliare la pratica quotidiana, che si basa su intuizioni e imperativi a volte anche in tensione fra loro. Questa situazione ci porta ad affermare che ci troviamo di fronte a un pluralismo di paradigmi e impostazioni epistemologiche che rende difficile stabilire dei parametri entro i quali poter dare una definizione univoca dello statuto epistemologico della moralità quotidiana. Non è esagerato dire che non esiste una teoria in grado di rappresentare fedelmente il modo di procedere del ragionamento e del giudizio morale di ogni giorno. Gli interventi biotecnologici, per esempio, possono non solo essere segnati da problemi di parzialità e di discriminazione, ma possono soprattutto modificare lo scenario perché conquistano nuovi territori che in precedenza erano appannaggio della natura e pertanto li sottraggono al suo esercizio e li consegnano alla “maneggiabilità” umana.[11] Quando questo accade occorre interrogarsi per stabilire come governare questo passaggio. A quale tipo di normatività si può fare appello? Una volta che è andato perduto il riferimento a un concetto di “naturalezza” che si offriva come standard da dove possiamo derivare orientamento per l’azione? Dignità e autonomia possono essere compromesse da un processo di digitalizzazione di un ambito di azione se non si coglie appieno la portata delle trasformazioni. Le nuove tecnologie possono assumere molte forme e esercitare molti effetti, a seconda delle logiche sociali ed economiche che ne sostengono lo sviluppo. La società nel suo complesso può trarre vantaggio da questa innovazione, ma è nel campo della politica che questa innovazione deve essere affrontata. Nuove forme di disuguaglianza potrebbero potenzialmente essere sostenute da interventi di queste tecnologie. Esse sono potenzialmente portatrici di misure antidemocratiche. La filosofia può fornire alcune buone intuizioni in modo che la tecnologia possa aiutare a realizzare l’uguaglianza sociale. Se vogliamo avere uno strumento concettuale capace sia cogliere il potenziale di innovazione che la specificità delle pratiche umane allora dovremmo rinunciare al presupposto che sia già disponibile un sistema di criteri normativi già pronti. Solo così disporremo di una teoria etica capace di integrare il profilo completo delle nuove tecnologie senza restringere così tanto il campo d’azione da far perdere di vista la nostra forma di vita umana. Specifici problemi di ricerca e di applicazione del giudizio morale diventano in tal modo parte costitutiva della teoria etica stessa. Il mio intento in questa parte è stato quello di sostenere un cambiamento di paradigma tra teoria generale ed etica applicata che non riduca l’etica di specifici ambiti di azioni umana solo a un utilizzo di principî e giustificazioni stabiliti in astratto.

Filosofia della tecnica

In questa seconda parte discuterò criticamente la concettualizzazione della tecnica in termini di mero strumento. Il mio intento è di denunciare la parzialità di questo modo di intendere la tecnica che deve essere integrato da una seconda prospettiva quella che la intende come un processo di mediazione che tende a trasformare gli elementi in gioco. Quando ci si accinge a decidere sui cambiamenti di cui la tecnica è fautrice, sorgono controversie sui modi in cui si possono concettualizzare e interpretare le interrelazioni tra tecnica e società. Anche l’interpretazione delle implicazioni sociali ed etiche dipende dalla caratterizzazione che daremo della tecnica. La concettualizzazione della relazione tra tecnica e umano è responsabile di molte domande complesse sulla natura, la natura dell’uomo, l’azione umana, l’autonomia, la libertà e molto altro ancora. Non è intento di questo contributo esplorare tutte queste dimensioni. Mi concentrerò solo sulle concezioni della tecnica anche se alcuni risultati della mia esposizione non potranno fare a meno di fare delle affermazioni anche sulle altre dimensioni. Riflettere sulla maniera in cui è stata concettualizzata la tecnica può aiutare a chiarire i suoi effetti trasformativi. Il processo di moralizzazione della natura è certamente uno dei più rimarchevoli. Una prima forma di concettualizzazione si è sviluppata nell’ambito dell’antropologia filosofica. Qui la tecnica è stata concepita come compensazione dei deficit biologici dell’umano. Cassirer osservava che alla base dell’agire tecnico c’è una relazione mezzo-scopo che presuppone un attore razionale o una moltitudine di attori che agiscono in maniera cooperativa. Questa prima parte della caratterizzazione è quella più conservativa che non mette in discussione l’ontologia attuale. Essa però è parziale e non riesce a formulare una rappresentazione adeguata del fenomeno che pure vuol cogliere. Vi è quindi un secondo elemento che è quello della cultura.[12] Se analizziamo la tecnica da questo punto di vista, allora dovremo ammettere che essa è parte della creatività e libertà dello spirito e pertanto in grado di modificare l’assetto con cui siamo familiari. È capace di avere effetti trasformativi tali sconvolgere l’ontologia del nostro mondo. Su questa duplice caratterizzazione s’innestano successive considerazioni. La prima è che la tecnica può essere concepita come un mezzo di liberazione dai vincoli naturali e così garantirci per esempio l’esonero da operazioni difficili, ripetitive e pericolose. La tecnica però può essere concepita anche come rischio di alienazione degli umani da se stessi. Qui potenzialmente si collocano i profili di disumanizzazione che tanto peso hanno nei dibattiti attuali.[13]Nella filosofia della tecnica c’è l’idea del conformarsi alle forme obiettive dell’attività umana e perciò in tal modo di attribuire a esse una funzione di mediazione dell’autocomprensione. Nella tecnica sarebbe possibile conoscere ciò che ne è di noi. La tecnica mette in luce il fatto che le azioni da essa mediate comportano sempre un intervento concreto nell’ambiente materiale e quindi sempre anche una forma di rapporto con la natura. La tecnica allora è sia un rapporto con la natura e, poiché l’essere umano stesso appartiene alla natura, include anche un certo rapporto con se stessi e pertanto anche con la dimensione immateriale, simbolica e normativa. Gli esseri umani allora non soltanto si ritrovanonei loro manufatti, ma soprattutto vi si riconoscono. Questa tesi permette a Kapp di spiegare il corpo umano in termini di organismo ricorrendo all’oggettivazione degli strumenti da noi creati.[14] Kapp si è focalizzato sul gioco incrociato di rispecchiamenti che c’è tra la tecnica e l’umano. Se l’umano è essenzialmente tecnico, la tecnica allora a sua volta è il fondamento della cultura. In questo modo allora la tecnica non si limiterà ad affiancare opzioni macchiniche a quelle umane. Infatti il processo di tecnicizzazione potrà portare al massimo sviluppo il ricorso a opzioni biotecnologiche andando a erodere il dominio del naturale che per lungo tempo era rimasto al di là delle possibilità di influenza umana.[15] Non ci si potrà allora nascondere che un tale processo di conquista di territori in precedenza non toccati da giudizi morali presenti un potenziale impatto anche sulla dimensione teoretica e simbolica. Questo è il tipico spostamento che la filosofia della tecnica consente di attuare con benefici epistemici. Pensare gli organi umani a partire dagli artefatti. Concepiti come alienazione inconscia dell’umano, gli organi appaiono ora a partire da questa prospettiva rovesciata come estensioni di artefatti. L’oggettivazione permessa da questa deviazione epistemica permette di considerarli dei modelli per la loro esplorazione e interpretazione. C’è tuttavia un caveat. Una volta che il modello per la loro comprensione è quello degli artefatti, allora essi perdono il loro volto interno. Indubbiamente gli artefatti e il loro contesto funzionale sono costitutivamente soggetti a leggi, è chiaro che essi possono fungere da modello per la ricerca sull’organismo umano, a condizione però che anch’esso sia inteso limitatamente a quelle configurazioni che sono governate da leggi naturali. Questa mossa epistemologica ha un indubbio valore. È però condannata a non riuscire a rendere conto né dei processi psicofisici né di quelli normativi perché è segnato dai limiti che affliggono ogni programma di oggettivazione intrinsecamente incapace di cogliere la qualitatività della coscienza e la libertà dell’azione.[16] Quando per esempio utilizziamo la metafora dell’uomo macchina, allora dobbiamo essere avvertiti delle dimensioni che in tale linguaggio allusivo inevitabilmente vanno perdute. Quello che in queste concezioni non è stato tematizzato e che vuole essere oggetto di questo contributo in questa parte è di prendere in considerazione l’intera latitudine delle trasformazioni. Non è soltanto la considerazione dell’umano e, con esso, anche della dimensione normativa e valutativa, in termini di naturalizzazione a dover essere tematizzato, ma anche la trasformazione del naturale in un dominio soggetto a valutazione, giudizi e di conseguenza eligibile ad attribuzioni di responsabilità e rapporti di obbligazione.[17] L’ordine delle cose a cui rimanda la premessa all’Antropologia pragmatica non è più disponibile per noi oggi.[18] Per esempio: l’azione umana si è spinta sempre più in avanti e ha sottratto ampie zone al dominio della natura. I progressi della biologia moderna stanno spostando progressivamente il confine tra le azioni di cui ci riteniamo responsabili e ciò che consideravamo sottratto alle possibilità umane. Quello che una volta non era di competenza umana è diventato oggi fattibile e ricostruibile. Queste alterazioni modificano caratteri, aspetti, oggetti naturali, promettono benefici per la salute umana e innescano riflessioni per l’etica, la cui portata dovrà essere oggetto d’indagine. Sulla scorta delle nuove opzioni tecnologiche si registra una progressiva moralizzazione della natura. Occorrerà interrogarsi su queste nuove azioni prima impossibili e chiedersi qual è l’impatto che hanno sulla caratterizzazione della tecnica. Ricapitolando è possibile rintracciare quattro momenti nella caratterizzazione della tecnica. Il primo momento la vede risolta in un mero strumento a disposizione per l’esecuzione di azioni in precedenza in capo all’essere umano e alla sua dotazione psicofisica. Il secondo inscrive la tecnica nell’ambito della cultura e apre alla considerazione della tecnica come una delle forme simboliche. Il terzo momento si focalizza sulla capacità della tecnica di offrire un piano di lettura su cui proiettare l’umano e le sue caratteristiche. Il quarto e ultimo momento integra le prospettive precedenti e invece di assimilare l’umano al naturale compie l’operazione inversa ed esporta questioni etiche nella natura. I problemi che sembravano al di fuori del nostro raggio d’azione si sono trasformati in sfide gestibili. Il presentarsi di nuove possibilità configura anche nuove responsabilità. Nel campo delle biotecnologie, ma non solo, ci si dovrà interrogare sulle conseguenze delle azioni e delle azioni mancate. Perché non avendo più a che fare con forze incomprensibili e incontrollabili ma con opzioni spostate campo dell’agire umano dovremo non sottrarci al confronto con esse ma imparare a gestire la sfida. Di questa sfida fa parte una migliore concettualizzazione del fenomeno della tecnica come ho cercato di mostrare in questa parte.

Responsabilità: presupposti per la valutazione morale

In questa terza parte sullo sfondo delle indicazioni tese a integrare gli aspetti deficitari sia del paradigma di teoria generale e delle sue applicazioni sia quelli di una concezione della tecnica intesa in modo parziale, voglio tentare di tracciare la possibilità di configurare azioni, responsabilità e obbligazioni nei territori inesplorati aperti dalle nuove tecnologie. I due passaggi precedenti sono importanti perché il tipo di responsabilità che tento di tracciare ha la necessità di affrontare le questioni concrete e di giungere a dei giudizi valoriali rispetto a una classe di azioni non possibili in precedenza e rese realizzabili solo dagli avanzamenti tecnici. La responsabilità gioca un ruolo centrale nella nostra vita quotidiana, nel diritto, nella politica e nell’economia. Seguendo la tradizione kantiana, responsabilità, razionalità e libertà devono essere pensate insieme. Queste tre dimensioni articolano la caratteristica speciale degli esseri umani di essere influenzati dalle ragioni. Perciò il rimando alla tradizione kantiana non significa che la responsabilità sia nata con Kant e l’Illuminismo, ma vuole piuttosto mettere l’accento sugli atteggiamenti razionali. In realtà la responsabilità come elemento della vita quotidiana è molto più antico.[19] Si potrebbe affermare che la responsabilità sia il cemento dell’interazione sociale. John Mackey lo sosteneva rispetto al concetto di causa in un universo inteso in termini fisicalistici.[20] A differenza di Kant, queste riflessioni hanno l’ambizione di essere in armonia non con la razionalità dei principî ma con quella che governa la pratica coerente del mondo della vita ed è segnata dalla particolare capacità degli umani di dare e prendere ragioni. Inoltre queste riflessioni sono sviluppate in un’epoca in cui il confine tra ciò che è di pertinenza della natura e ciò che invece dipende dagli umani è stato spostato grazie agli interventi tecnici. Quando le persone compiono delle azioni hanno anche un atteggiamento valutativo rispetto a queste stesse azioni. Lo hanno tanto nel caso in cui si tratti di proprie azioni ma anche nel caso in cui si tratti di azioni compiute da altri. Essi tendono a pensare che queste stesse azioni avrebbero potuto essere diverse e in quanto tali migliori rispetto a quelle che sono. Questa struttura dialogica si presenta quindi sia a livello interpersonale che intrapersonale. Al processo di revisione critica si oppongono delle ragioni che parlano a favore dell’azione della persona che ha agito e a cui viene ascritta la responsabilità. Esse sono invocate nel tentativo di rispondere alle critiche che le vengono sollevate. Questa struttura che illustra il carattere relazionale della responsabilità trova conforto nell’etimologia della parola che tanto in tedesco quanto in inglese che in italiano e francese significa rispondere di qualcosa a qualcuno. La responsabilità è quindi intesa essenzialmente in termini di relazione. Gli elementi minimi della relazione sono tre: il soggetto dell’azione, l’azione compiuta o da compiere e l’istanza rispetto alla quale la responsabilità viene ascritta. In alcuni casi si aggiunge la motivazione, il perché della responsabilità. La relazione di responsabilità morale si distingue da quella di responsabilità causale e inaugura lo specifico territorio dell’etica. Il termine di responsabilità causale si limita a descrivere un rapporto di causa-effetto e può essere sostituito dal concetto di causa in qualsiasi momento. Quando in gioco sono solo condizioni empiriche e non l’espressione di giudizi di valore o di aspettative normative non parleremo di responsabilità in senso proprio. Inoltre la responsabilità non è mai un fenomeno isolato. Essa si presenta in connessione con (1) i ruoli sociali; (2) le azioni pregresse; (3) le pratiche culturali consolidate. Inoltre la responsabilità può essere sia rivolta ad azioni svolte nel passato e perciò parliamo di responsabilità retrospettiva che rispetto ad azioni future perciò parliamo di responsabilità prospettica. In questo contributo, l’attenzione è rispetto all’azione e alle condizioni che la rendono possibile. Inoltre questo approccio è debitore alla filosofia della tecnica.[21] In gioco non è tanto l’attribuzione di responsabilità quanto invece questioni concrete di responsabilità.[22] Vogliamo indagare se alcune persone sono tenute o meno a fare qualcosa nell’interesse delle altre persone. Questa situazione di partenza è molto controversa. Innanzitutto perché ci si trova di fronte ad azioni di cui può esserci ascrizione di responsabilità senza che si possa veramente dire di essere familiari con tali azioni. Non sono azioni che sono comparse nel nostro orizzonte fino a ora. Le nuove opzioni tecniche ci rendono possibile intervenire in un campo precedentemente non di competenza umana. Manca pertanto l’orientamento. Nel recente passato questo campo non era nemmeno oggetto di intervento umano. Occorre uno sforzo teoretico per individuare questo passaggio aperto verso territori inesplorati. Se lo si affrontasse con un atteggiamento di tipo tradizionale, si correrebbe il rischio di non cogliere quanto di inedito è all’orizzonte arrestandosi di fronte a una posizione di tipo binario: sì allo sviluppo oppure: no, allo sviluppo. Questo tipo di difficoltà si coglie quando per esempio si riflette su come sia difficile individuare la differenza tra decidersi per un’azione che potrebbe avere effetti negativi e astenersi da un’azione ottenendo effetti negativi. Molto spesso nelle discussioni sugli aspetti etici delle tecnologie si tralascia questa seconda possibilità. Ci sono delle condizioni che rendono plausibile questa mancanza anche se deprecabile. Tutto sommato occorre passare da un paradigma di relazione causale a uno di responsabilità morale. Come per esempio quando si dice che l’esondazione dell’Adige e dell’Isarco sono state responsabili del blocco del traffico al passo del Brennero. In questo caso pur usando il termine di “responsabilità” ci si riferisce semplicemente a una relazione causale. Invece consideriamo il caso del trattamento con l’ormone della crescita che potrebbe ovviare ai limiti di altezza che un adolescente ha nel suo patrimonio genetico.[23] In questo caso, illustrato da Parens, i progressi clinici rendono possibile intervenire in un campo che finora era indisponibile all’intervento umano. Nel caso in oggetto se l’adolescente a causa della sua bassa statura dovesse soffrire delle discriminazioni nell’ambiente sociale e culturale in cui vivrà la sua vita adulta che tipo di responsabilità e di converso di obbligazione possiamo immaginare? Astenersi semplicemente dal trattamento quando invece è possibile farlo con successo configura certamente un giudizio e una valutazione controversi. Occorre aggiungere che ci sono anche altri aspetti che entrano in gioco nella decisione e che vanno chiariti prima della valutazione di ordine morale. Questi sono il controllo del rischio e la sicurezza. Se non è chiara la situazione rispetto questi due fattori, l’analisi si complica. Nel caso di specie non si è pienamente consapevoli dell’intero raggio di azione possibile. Le credenze e le conoscenze necessarie per decidere a favore o contro l’intervento in casi come questi sono limitate perciò indeboliscono la valutazione necessaria per il giudizio. Dall’altro lo stato di incertezza rispetto alla situazione nuova impedisce di avere un quadro cognitivo esaustivo. Il risultato è che si tende a considerare l’inazione come una sorta di opzione zero. Senza rendersi conto che anche non agire esercita un’influenza sugli eventi fisici e produce degli effetti, anche se la non azione è un’azione di un tipo particolare. In secondo luogo queste azioni sono tali da dispiegare i loro effetti nel futuro quindi il tipo di responsabilità che si può loro ascrivere è di carattere prospettico. Più precisamente possiamo così caratterizzare la nozione di responsabilità di cui si parla qui come quella responsabilità degli attori morali che potremmo attribuire loro per aver causato danni a persone e cose evitando di esporsi in azioni rese possibili in ampia misura dallo sviluppo delle nuove tecnologie. L’astensione dall’azione è giustificata solo se si possono esibire ragioni cui nessuno è in grado di non acconsentire. In modo speciale, vale il consenso di chi soffre gli effetti di tali azioni. Corrispondentemente le obbligazioni di una persona nei confronti degli altri e le sue aspettative nei loro confronti dipendono dalle opportunità di scelta che questa persona ha avuto e dalle decisioni che ha preso.

Conclusione

La tecnica costituisce un’area d’indagine etica. Allo stesso tempo presenta sfide alla teoria morale perché trasforma la realtà e incalza la teoria morale affinché si adatti alla mutata situazione come accade per esempio con il graduale processo di moralizzazione della natura. Due sono i limiti che si registrano nella teoria e che impediscono di cogliere la sfida degli effetti trasformativi della tecnica: innanzitutto l’organizzazione della disciplina etica in due ambiti; il primo di natura teorica (l’etica generale) e il secondo di natura applicata. Questo assetto si può leggere anche in quella tendenza che si affermata nell’etica ed è nota come etica dei principî. In secondo luogo la concettualizzazione della tecnica come strumento e non come un processo di mediazione che tende a trasformare gli elementi in gioco. Sottoponendo a revisione critica questi due assunti è possibile mettere in luce (i) gli effetti trasformativi della tecnica che per esempio è in grado di spostare il confine tra natura e interventi a disposizione dell’umano contribuendo a un processo di moralizzazione della natura. (ii) Conseguentemente sarà possibile includere come oggetti di responsabilità anche azioni mancate e dar conto di come situazioni di questo tipo siano fonti di obbligazioni. In questo modo sarà possibile affrontare adeguatamente anche tutti quei casi in cui si è responsabili per l’inazione a condizione però che si tengano nella dovuta considerazione l’opacità epistemica e le concrete connessioni tra azione e suoi effetti. Molti dei problemi che affliggono la condizione umana non sono stati completamente risolti, ma si sono trasformati da forze della natura incomprensibili e incontrollabili in sfide gestibili. Le azioni moralmente rilevanti si sono accresciute. Alcune azioni o astensioni possono essere moralmente rilevanti in quanto responsabili di un esito di eventi buono o cattivo, senza che si possa facilmente attribuire responsabilità morale, in quanto frutto di scelte del tutto inedite. Gli argomenti presentati a favore di una concezione unificata, empirica e normativa della nuova agenda umana includono: il necessario confronto con l’incertezza della situazione; il carattere sostantivo e concreto della responsabilità che esige una presa di posizione rispetto alla bontà o meno dell’intervento; il requisito delle ragioni sul cui consenso non possono esserci ragionevoli obiezioni in particolare da parte di chi potrebbe essere danneggiato tanto dall’azione quanto dall’astensione dall’azione; l’influenza diretta di un soggetto agente (attore morale) su un soggetto “agito” (paziente morale) e dunque sottintende una concezione di responsabilità basata sulle connessioni causali; infine proprio per il carattere degli interventi che innescano queste questioni si tratta di responsabilità prospettica. Le singole parti parlano a favore di una concezione comprensiva che crea spazio a forme nuove di responsabilità umana così come sollecitato dai problemi emersi a seguito dei nuovi campi aperti dalle tecnologie. Se queste condizioni sono soddisfatte, è possibile allora prevedere un’obbligazione nei confronti dell’azione.

[1] Cfr. Y.N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Milano 2018. [2] S. Toulmin, The Tyranny of Principles, «Hastings Center Report» 11 (6) (1981), pp. 31-39. [3] A. Fabris, Etica della comunicazione, Roma 2006; L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, tr. it. M. Durante, Milano 2017. [4] J. Straub, A. Sieben, e K. Sabisch Fechtelpeter, Menschen besser machen, in Menschen machen. Die hellen und die dunklen humanwissenschftlicher Optimierungsprogramme, A. Sieben, K. Sabisch Fechtelpeter, J. Straub, (cur.), Bielefeld, pp. 27 -75. [5] In questi due siti sono elencati i principî e i documenti per la regolamentazione finora formulati nel campo dell’intelligenza artificiale ehttp://www.linking-ai-principles.org/ e nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica https://www.pt-ai.org/TG-ELS/policy. [6] Platone, Fedro, 274d-275b. [7] A. Fabris (cur.), Etiche applicate. Una guida. Roma 2018, p. 14. Nella premessa Adriano Fabris richiama la necessità di promuovere «una dinamica di tipo circolare», in cui gli stessi principî generali orientino l’agire in situazioni concrete, siano a loro volta verificati e adattati, legittimati e precisati proprio grazie al confronto con tali contesti. [8]K. Korsgaard, The Sources of Normativity, O. O’Neill (cur.), Cambridge 1996; T. Nagel, The view from Nowhere, New York 1986; P. F. Strawson, 1962, “Freedom and Resentment”, in Proceedings of the British Academy, 1962, 48: 1-25. Ristampato in Perspectives on Moral Responsibility, Fischer e Ravizza (cur.) Ithaca, 1993, 45-66. A questi si affiancano i tentativi di spiegazione in chiave evoluzionista. Cfr. E. Machery e R. Mallon, Evolution of morality, in The moral psychology handbook, J. M. Doris & Moral Psychology Research Group (cur.), 2010, pp. 3-46. [9] Un’eccezione sembra essere rappresentata dall’etica della medicina che continua a essere informata dai canonici quattro principî: beneficenza, non maleficenza, autonomia e giustizia. Cfr. T.L. Beauchamp, e J.F. Childress, Principles of Biomedical Ethics (ottava edizione), Oxford 2019. [10] Questo approccio metodologico ha ispirato le valutazioni etiche svolte nel progetto “RoboLaw. Robotics facing Ethics and Law”, in cui sono stata principal investigator dell’unità tedesca. [11] W. van den Daele, Die Moralisierung der menschlichen Natur, in Technik und sozialer Wandel: Verhandlungen des 23. Deutschen Soziologentages in Hamburg 1986, L. Burkart (cur.), Frankfurt am Main, 1987, pp. 293-297. [12] Entrambi gli aspetti vengono tematizzati in E. Cassirer, Versuch über den Menschen. Einführung in einer Philosophie der Kultur, Hamburg 2010. Cfr. anche E. Cassirer, Symbol, Technik, Sprache. Aufsätze aus den Jahren 1927-1933, E.W. Orth, J.M. Krois e J.M. Werle (cur.), Hamburg 1985. [13] A titolo esemplificativo pensiamo alla questione dell’attribuzione della personalità (e-personality) alle macchine discussa a seguito della proposta della commissione legale, presieduta da Mady Delvaux, del Parlamento Europeo agli inizi del 2017. [14] E. Kapp, Grundlinien einer Philosophie der Technik, Hamburg 2015. [15] I. Persson e J. Savulescu, Unfit for the future. The need for moral enhancement, Oxford 2012. [16] Cfr. D.M. Chalmers, The Conscious Mind, New York1996 e D. Davidson, Essays on Action and Events, Oxford 1980. [17] Cfr. per un’introduzione sistematica e storica, F. Miano, Responsabilità, Napoli 2010. [18] Kant I. Anthropologie in pragmatischer Hinsicht, KGS, VII tr. it. a cura di G. Garelli, Torino 2010. [19] L. Krüger, Kausalität und Freiheit. Ein Beispiel für den Zusammenhang von Metaphysik und Lebenspraxis, «Neue Hefte für Philosophie», 1992, 32/33, pp. 1-14. [20] J.L. Mackey, The Cement of the Universe: A Study of Causation. Oxford 1980. [21] J. Nida-Rümelin e F. Battaglia, Mensch, Maschine und Verantwortung, in Handbuch Maschinenethik, O. Bendel (cur.), Basel, pp. 57-70. Cfr. F. Battaglia e N. Mukerji, Technikethik, in Handbuch Philosophie und Ethik, J. Nida-Rümelin, I. Spiegel, e M. Tiedemann (cur.), vol. 2 Disziplinen und Themen, Padeborn, Müchen, Wien, Zürich, pp. 288-295. [22] T. Scanlon, What we owe to each other, Cambridge 1998. [23] E. Parens, Is Better Always Good? The Enhancement Project, in Enhancing Human Traits, E. Parens (cur.) Washington 1998, pp. 1-28.

8 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti

Ricevi le notifiche

©2020 di Il blog della SIFM. Creato con Wix.com