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Francesca Brezzi - Abitare la città dopo il coronavirus. Dalla periferia al centro

Città come luogo dell’incontro, nell’epoca della solitudine e della paura, o città come luogo dell’utopia? città mondiali o città regioni? città come cifra dell’esclusione o contenitore di flussi migratori? città virtuale, nella scomparsa della fisicità o reti delle città? E, infine, quale il rapporto città–periferie? Interrogativi tutti che illuminano in maniera esemplare la polisemanticità di questi termini e insieme l’imprescindibile relazionalità di essi, sì da impedire uno sguardo univoco. La riflessione sulla città impegna filosofi e sociologi urbani, architetti e pensatori politici, moralisti e storici tout court, autori del passato e intellettuali del nostro tempo. Il tema consente quindi di superare steccati disciplinari o specialistici a favore di prospettive aperte alla interrelazione, a letture trasversali, perché da un lato la città è luogo privilegiato delle trasformazioni, dall’altro è paradigma di contrasti difficilmente superabili. Se l’essere umano è “abitante di passaggio” come ritiene J.-L. Nancy e la città futura apre “passaggi in tutte le direzioni”, il confronto è ancora in corso ed è impossibile formulare conclusioni, importante forse è pensare ancora. In particolare nella mia prospettiva alla sequela di molti filosofi contemporanei e di fronte agli eventi drammatici dei nostri tempi, vorrei riflettere sul rapporto periferia -città per capire come la periferia esprima l’inquietudine dell’anima occidentale in relazione alla comunità e allo spazio-tempo dell’abitare, considerando un percorso dai margini, dalla periferia in vista di una entrata in città dai sobborghi, un percorso etico-teoretico che diventa itinerario dalle città all’Europa, da altri margini a un altro centro. Urbs che diventa Orbs, megalopoli che non ha più un fuori – priva di un dentro (J.-F. Lyotard) –, festino metafisico e urbanistico, ma anche luogo dell’estraneità. Mi limito a indicare alcune piste di riflessioni, lasciando sullo sfondo il tema relativo all’identità europea, come si costituisce un Europa dei valori e non solo una unità economica, ricordando unicamente come alcune/i pensatrici e filosofi significative/i del Novecento (Arendt, Zambrano, Stein, ma anche Husserl, Th. Mann) abbiano prefigurato nella cultura e nelle sue capacità il corpo e l’anima della Unione Europea. Dalle città all’Europa: segregazioni, migrazioni e precarietà disegnano un sistema d’ineguaglianze che può condurre al ripiegamento o alla protesta, alla violenza o alla marginalizzazione. Il fenomeno urbano in Europa e nel mondo, lancia nuove sfide ai poteri pubblici, agli amministratori locali, alle imprese, ai cittadini stessi, e, per quello che ci riguarda alla filosofia, in particolare all’etica e alla politica; nell’ampio dibattito attuale emergono ancora domande: come ‘creare’ società in città? Quindi, come pensare oggi la città? come edificare l’Europa delle città? È possibile (lo sostenevano i surrealisti) sperare che la città sognata, la città pensata raggiunga e trasformi la città vissuta? E Italo Calvino ne Le città invisibili, replicava: «Noi viviamo già nell'inferno ma anche in esso si possono trovare spazi di vita accettabile». Si può rispondere che se la città rappresenta l’inquietudine dell’Europa e viceversa, la città, è anche propulsore d’immaginario e aggiungiamo di nuovo immaginario: si può reinventare la comprensione di un fenomeno sociale totale e mondiale, l’abitare contemporaneo, progettare nuove forme di vivere in comune, che evitino la frammentazione identitaria.

Benveniste e Derrida ricordano la comune radice hostis nelle parole ospite e nemico: se ospitalità e ostilità possono essere contestuali, da qui si deve ripartire per elaborare un pensiero che superi i confini, le barriere, le mura (moenia) della città, un pensiero-ponte o “pensiero di cresta”, secondo Amin Malouf (L’identità), pensiero capace di non cadere nell’incavo dell’onda, da una parte o dall’altra, ma di mantenersi in bilico sulla cima dell’onda difendendo una visuale più ampia di qua e di là. È questo il difficile viaggio del divenire soggetto del cittadino, secondo Étienne Balibar, per raggiungere un nuovo modo di concepire la cittadinanza, cittadinanza non indifferente, nella quale al superamento di discriminazioni sociali e politiche, e quindi all’affermazione dell’effettiva parità fra le persone, si affianchi la risoluzione di esclusioni. Il concetto di cittadinanza compiuta si allargherà a categorie storicamente respinte come le donne e gli stranieri, nei cui confronti ancora oggi si presentano problemi a un pieno accesso. Con Alexis Tocqueville, suggestivamente ripreso da Hannah Arendt, infatti, si può ripetere come l’umanità in senso pieno non si raggiunga in solitudine, ma solo esponendosi al ‘rischio (contagio?) della sfera pubblica’. Reinventare dice sviluppo creativo, progettualità anche utopica, che non segua una logica additiva ma inclusiva, che crei un sistema di relazioni o ethos condiviso fondato su alcuni concetti: riconoscimento della differenza, pluralismo, universalismo in contesto, in cui uomini e donne oltre le competenze specialistiche, al di là delle barriere di nazionalità, di genere, di classe, superando ogni identità presupposta, siano in grado di ricercare e vivere le diversità senza perdere la pienezza di una comune radice. Riconoscimento delle differenze: nella città armoniosa di Peguy lo straniero non esiste come categoria – mentale e culturale – dal momento che la città armoniosa ha per cittadini tutti i viventi animati, non è armonioso, non conviene che vi siano in essa anime straniere. E ritorna alla mente l’affermazione del Faust di Goethe: come ogni cosa si tesse con il tutto e una cosa vive ed opera nell’altra.




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