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Iolanda Poma - La filosofia che verrà

Tanti i possibili temi ai quali si potrebbe dedicare un pensiero: l’uso/abuso della tecnologia, croce e delizia dei rapporti, comunicazione ora essenziale, ma anche smaterializzazione della realtà e della corporeità (qualcosa c’è: un nuovo il y a?); la responsabilità umana nel rapporto distorto con la natura, di cui continuiamo a crederci padroni e non ospiti; il ruolo essenziale della medicina in questo tempo emergenziale, che rischia però di fagocitare ogni altro discorso, dimenticando che si tratta non solo di una crisi della terapia, ma di una crisi umanitaria (discorso univoco della scienza medica=fine dell’incancellabile pluralità dell’ermeneutica); le previsioni di un cambiamento epocale dell’economia, della produzione, degli spostamenti e delle relazioni (“decrescita infelice” o una nuova felicità?); il tema del lavoro: lavorare stanca, ma anche non lavorare stanca, o meglio: farlo come se non lo si facesse (infilare un giorno dietro l’altro, come tante domeniche, anticipazione di una smemorata vecchiaia); quindi, la percezione del tempo: ora cerchiamo d’“ingannare” il tempo, ma il tempo si posizionerà in un a.C-d.C (avanti-dopo Covid); l’esperienza attuale è quella di un tempo che implode e di uno spazio dell’abitare che rischia di esplodere. E ancora: un controllo collettivo e una restrizione delle libertà per la messa in sicurezza degli individui: funzione ora necessaria, ma problematica in una prossima “normalità”; le soglie interdette, come quella di casa (per evitare di varcare quella da sano a malato), ma tutte quelle che segnano i riti di passaggio, forzatamente sospesi: i traumi di abbandono rimandati (il fort-da rimasto senza filo), i riti di commiato negati. E l’elenco potrebbe continuare…

Comune a tutti questi temi è il presupposto di un soggetto presente a se stesso: come nella temporalità radiale di Husserl in cui la coscienza si estende avanti e indietro, si evoca un nucleo unitario del soggetto che pensa. L’esperienza attuale ci vede però più che mai soggetti “patici”: colpiti da un evento al quale rispondiamo. Questo attesta un nucleo rotto del sé, perché quel duplice evento (ciò che mi colpisce e ciò a cui rispondo) segna una cesura non riconducibile a sintesi. Il mio riferimento va a Waldenfels, che seguo anche nell’invito a non avere fretta ad assegnare troppo presto un senso alla forza dell’evento che sopraggiunge, appiattendo la sua sorpresa/spavento nel tentativo di addomesticarlo o di normalizzarlo, come in forme metafisiche o dialettiche di pensiero. Il senso, se c’è, ci sarà solo nelle reazioni a tale patire. Anche perché, appunto, è un patire e, come tale, esclude la posizione terza di un osservatore neutrale.

A scrivere dell’eccezionalità dei tempi, si riscriverà una nuova filosofia, ma solo se ci si lascerà davvero sollecitare dagli eventi e non ci si chiuda nella propria concettualità consolidata, a cui ricorriamo per reazione alla paura, trovando rassicurazione nel calduccio dei nostri pensieri pensati. Siamo di fronte a un’esperienza che spezza la decadenza di un pensiero “che si restringe e si ripiega”, come ne parla magistralmente Merleau-Ponty in Elogio della filosofia.

Quale sarà la nostra reazione, allora? Vorrà il filosofo restare ancorato alle sue incerte certezze o accetterà di stare nel punto in cui qualcosa accade e raccontarne lo statum nascendi? Saprà trovare parole nuove, ricostruire un’intelligenza comune, recuperare la sua capacità espressiva, “scrivere come un pittore, mostrare più cose contemporaneamente sul foglio”, come dice Waldenfels?

Nella sua autentica vocazione, la filosofia è chiamata a pensare più di quanto si possa pensare, a dire più di quanto si possa dire.


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