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Silvia Pierosara - IL BISOGNO DI RACCONTARE TRA NATURA E ARTIFICIO

PANEL NATURALE/ARTIFICIALE


1. Raccontare è necessario?

Il presente contributo si propone di problematizzare, dal punto di vista etico, il bisogno di raccontare come capacità umana all’incrocio tra naturalità e artificialità. In via preliminare, occorre delimitare il significato dell’espressione “bisogno di raccontare”. Per sostenere l’esistenza di tale bisogno non basta, infatti, appellarsi superficialmente alla pervasività dei fenomeni narrativi, che oggi saturano l’opinione pubblica e la sfera delle relazioni economiche, politiche e sociali sotto l’insegna dello storytelling. Con l’espressione “bisogno di raccontare” si intenderà qui la diffusa – transistorica e transculturale, per utilizzare il lessico di Roland Barthes –[1] pratica di scambio di esperienze sotto forma di storie, esperienze che dicono di un inestricabile intreccio di passato, presente e futuro, di una coabitazione tra vicino e lontano, proprio ed estraneo. Tale definizione del bisogno di raccontare, dunque, vale per il racconto di sé, per il resoconto di vicende che tengono insieme prima, seconda e terza persona, e per la narrazione come modalità di scendere a patti con l’ambiente esterno, rendendolo un mondo abitabile.

Due luoghi testuali piuttosto noti permettono di circoscrivere il perimetro del bisogno di raccontare nel senso appena descritto. Il primo riferimento è a Walter Benjamin, che definisce la capacità di raccontare, a suo avviso sempre più rara, come «una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze»;[2]tale facoltà, avverte Benjamin, muove dalla «vita vissuta», che è «la materia da cui nascono le storie».[3] Descritta in questo modo, la capacità di raccontare è legata a un bisogno eminentemente sociale – né puramente naturale, né semplicemente artificiale.

Il secondo riferimento è a Paul Ricœur, che con il suo contributo ha tematizzato la possibilità di applicare alcune categorie narratologiche alla sfera dell’agire umano. In particolare, della meditazione ricœuriana sul tema si dà qui conto di due dimensioni, riassunte nello scritto La vita. Un racconto in cerca di narratore.[4] In primo luogo, la narrazione è in grado di tenere insieme progetti e imprevisti, azioni ed eventi; la funzione sintetizzatrice è per l’autore all’opera anche tra eventi e storia complessiva, tra personaggi che agiscono o patiscono. Il bisogno di raccontare è riconducibile alla capacità dei resoconti narrativi di fare sintesi tra progetti ed eventi in grado di rovesciare o modificare gli intenti e le traiettorie dei protagonisti:

L’intrigo ha la virtù di ricavare una storia da una molteplicità di accadimenti o, se si preferisce, di trasformare i vari accadimenti in una storia: a questo proposito, un evento è più di un caso, cioè qualcosa che semplicemente accade; è ciò che contribuisce allo svolgersi di un racconto […]. Ma l’intrigo rappresenta una sintesi anche da un altro punto di vista; esso organizza insieme delle componenti del tutto eterogenee, come circostanze capitate e non volute.[5]

In secondo luogo, Ricœur si sofferma sulla parentela tra l’agire umano e il racconto. A suo avviso, ciò spiega, almeno in parte, l’assiduità con cui gli esseri umani ricorrono alle storie per scambiarsi esperienze. Tale somiglianza si dà, secondo l’autore, a partire da tre elementi: in primo luogo, l’agire umano condivide con la sfera narrativa una rete concettuale fatta di fini, mezzi, circostanze, progetti; l’intreccio delle azioni e quello narrativo mette in campo lo stesso tipo di intelligenza, che l’autore definisce «fronetica»;[6] il secondo ponte tra azione e narrazione è costituito dall’apparato simbolico che struttura e articola entrambe: «se, in effetti, l’azione può essere raccontata, è perché è già articolata in segni, regole, norme»;[7] infine, l’esperienza pratica possiede una «qualità pre-narrativa», che si concretizza in una «domanda di racconto».[8] Benjamin e Ricœur mostrano i tratti di un’analogia tra agire umano e narrazione che si potrebbe definire formale, in quanto non fornisce indicazioni legate al contenuto dei racconti. Sia in riferimento al bisogno umano di scambiare e riconoscere le connessioni tra esperienze, sia rispetto alle caratteristiche formali che rendono la narrazione un mezzo adatto a tale scambio, è necessario indagare in che misura tali tratti siano riconducibili a una dimensione naturale o se siano, al contrario, sedimentazioni artificiali.

2. La narratività: due ipotesi

Per potersi orientare tra le prospettive che, con diversi accenti, assegnano un ruolo rilevante alla narrazione nell’agire umano e nella costituzione dell’identità, può essere utile distinguere, sulla scorta di Marya Schechtman, due grandi famiglie di teorie. La prima, entro cui l’autrice colloca studiosi molto diversi tra loro per sensibilità e provenienza, guarda alla cifra narrativa come tratto costitutivo del sé e stabilisce un’analogia molto forte, definita «intrinseca», tra vita e racconto; la seconda interpreta la narratività come capacità «di pensare in termini narrativi e fornire spiegazioni narrative».[9] Sia tra coloro che ascrivono alla narrazione il compito di esplicitare il senso dell’esperienza umana, sia tra coloro che vi rintracciano una forma ricorrente di spiegazione della realtà, si possono riconoscere in modo trasversale sostenitori della naturalità o dell’artificialità del raccontare. Per questa ragione, al di là degli scopi per cui la narrazione è di volta in volta chiamata in causa, forse l’alternativa tra naturalità e artificialità del raccontare precede ogni possibile applicazione della narratività in etica.

Secondo alcuni autori la narratività è un bisogno, legato a una corrispondente capacità, naturale: raccontare sarebbe una dotazione innata e rifletterebbe l’intenzionalità e la ricerca di senso connaturate alla tessitura temporale dell’esistenza umana o, in alcuni casi, costituirebbe un tassello evolutivo fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza. Ciò vale tanto sul piano intrapersonale, biografico, quanto sul piano interpersonale. Secondo altri autori, invece, la dimensione narrativa è sempre artificiale o, comunque, mediata, e consiste in un lavoro di significazione che guida l’agire pratico. Talora questo lavoro viene riconosciuto come dotato di un valore intrinseco e di una portata etica fondamentale, perché conduce alla coerenza e alla persistenza biografiche, relazionali ed etiche; talaltra, esso viene criticato in quanto falsificazione dell’esperienza umana, perlopiù frammentaria ed episodica, tratti che non condurrebbero necessariamente a una vita “meno buona”.[10]

Schematizzando le rispettive posizioni, si può dire che per i fautori della naturalità del narrare la vita si dà, già da sempre, in forma narrativa, cosicché spontaneamente gli uomini vivrebbero, agirebbero e penserebbero narrativamente, e la cifra narrativa è da alcuni di essi considerata un tratto naturale, biologico dell’umano; per i sostenitori dell’artificialità del raccontare, la narratività ricostruisce l’esperienza biografica e aiuta a comprendere l’identità personale, le sue relazioni e la vita morale come modello che “doppia” la vita, sia retrospettivamente, mediante un lavoro interpretativo, sia nel tempo della scelta (la ricœuriana «intelligenza fronetica»), sia nell’immaginazione progettuale del futuro. In altre parole, l’intelligenza narrativa non sarebbe spontanea, ma sarebbe uno strumento a cui si ricorre artificialmente per vivere meglio. All’idea della naturalità del narrativo si accompagna la persuasione di una coerenza altrettanto naturale, di una continuità che vince sempre sull’episodicità, di un’autenticità che consiste nel sottoscrivere e promuovere, agendo, lo sviluppo lineare della vita. D’altra parte, se si sostiene che il racconto è una costruzione, insistendo piuttosto sul suo statuto di “strumento”, coerenza e continuità non si considerano scontate o connaturate all’esperienza umana.

Tra coloro che sostengono la naturalità del raccontare, si possono annoverare molti studiosi provenienti da diverse discipline, accomunati dalla persuasione che vi sia un’analogia intrinseca tra vita e racconto. È il caso di psicologi, filosofi, antropologi, che rintracciano non soltanto nel dispiegarsi della vita una forma già da sempre narrativa, ma considerano immediatamente naturali, come si è accennato sopra, il pensiero e l’intelligenza narrativi.[11] L’esperienza biografica, che comprende in sé la relazione con il mondo e con gli altri, secondo questa prospettiva, è già da sempre organizzata in forma narrativa.

Sullo sfondo di tale posizione, si possono riconoscere all’opera almeno due assunti, per certi versi alternativi. Il primo consiste nella precomprensione secondo cui l’esperienza umana è lo sviluppo temporale di un nucleo di senso originario che si dipana come le storie, che hanno un inizio e una conclusione sensata. Le argomentazioni addotte a partire da tale prospettiva insistono sull’idea di linearità, sulla coerenza intrinseca di chi occupa una posizione all’interno di un panorama ontologico definito e realizza se stesso come entità temporale, diacronica. In questo senso, i fautori della naturalità della narratività come cifra dell’esperienza umana le assegnano un intrinseco valore morale, accorciando la distanza tra essere e dover essere.[12] Qui non si ricostruirà tale panorama, il cui più noto esponente è Alasdair MacIntyre, che ascrive all’essere umano una dimensione teleologica imprescindibile e la traduce in termini narrativi.[13]

L’altra precomprensione non si rintraccia tanto nei fautori di un senso garantito da un ordine metafisico, quanto piuttosto in coloro che, in numero crescente, interpretano la narratività come uno strumento di adattamento evolutivo tipicamente umano, riconducibile per alcuni alla dimensione istintuale. In questo caso, considerare il ricorso alla narrazione come naturale significa ritenerlo necessario. I sostenitori di tale posizione provengono da ambiti piuttosto variegati, ma condividono la convinzione che il pensiero narrativo sia uno stratagemma volto all’incremento dell’abitabilità del mondo o, non necessariamente in alternativa, fondamentale per lo sviluppo cognitivo. Rispetto a tale linea di pensiero, alcune tra le riflessioni più rilevanti sono costituite dal darwinismo letterario, dal cognitivismo letterario e dalla ricerca sull’identità nell’ambito degli studi di filosofia della mente di impianto fenomenologico.[14]

Risulta emblematico l’approccio del darwinismo letterario, che si propone esplicitamente di rispondere al seguente interrogativo: «L’enigma dell’attitudine a narrare si riduce a questo: l’evoluzione è implacabilmente utilitaristica; come mai l’apparente lusso rappresentato dalla finzione narrativa non è stato eliminato dalla vita umana?».[15] La risposta suona così:

L’attitudine narrativa della mente è un essenziale adattamento evoluzionistico, che ci consente di esperire la nostra vita come qualcosa di coerente, ordinato e dotato di senso, e non come un caos travolgente. Ma la mente narrante è imperfetta […] La mente narrante è allergica all’incertezza, alla casualità e alle coincidenze. È assuefatta ai significati e se non riesce a trovare degli schemi significativi nel mondo esterno, cercherà di imporveli. In parole povere, è una fabbrica che, quando può, produce storie vere, ma quando non può sforna menzogne.[16]

Le due prospettive, pur nella loro irriducibile differenza, potrebbero dare adito a critiche analoghe: in primo luogo, si dà per scontata un’acquisizione incerta, il cui sviluppo non è garantito e la cui presenza non è innata, evitando così di esaminare le condizioni esterne che possono inibire o favorire l’espressione narrativa del sé e delle sue relazioni;[17] in secondo luogo, lo spazio della libertà creativa legata alla narrazione viene sensibilmente ridotto. Nel caso delle teorie che mostrano un ancoraggio metafisico, tale spazio si annulla, quasi paradossalmente, per una saturazione di senso che, già da sempre dato, va assunto e sviluppato; nel secondo, al contrario, esso scompare a causa di una perdita di centralità della domanda di senso, che riduce la comprensione alla spiegazione e riconduce la pervasività del narrativo alla sua utilità e alla sua necessità biologiche.

I sostenitori dell’artificialità del raccontare ne evidenziano generalmente il carattere non immediato, talvolta insistendo sulla dimensione immaginativa, e sottolineando anzitutto una sfasatura tra il piano della vita e quello del suo racconto. Senza qui distinguere tra coloro che criticano la portata obbligante del paradigma narrativo e coloro che invece intravedono proprio in tale obbligatorietà una preziosa risorsa, l’elemento portante di tale linea interpretativa consiste nell’assegnazione alla narratività di una funzione a cui non si accede naturalmente e immediatamente, ma piuttosto attraverso un agire che concorre a definire l’identità personale, mentre essa si articola narrativamente e si riconosce immersa in un tessuto di relazioni. Una traccia significativa di questa posizione si riscontra, seppure in modo implicito, in diversi luoghi della produzione sartriana; in particolare, secondo l’autore, una cifra imprescindibile della coscienza è la malafede, che riconosce il rischio dell’oggettivazione in ogni progettualità biografica;[18] inoltre, come è stato sottolineato,[19] la dimensione autobiografica comporta sempre, in buona misura, anche un’operazione fittizia che si compie sul “materiale” biografico, una riscrittura dell’esperienza che, così com’è, non si dà in forma narrativa. Ciò vale sia per la (ri)costruzione dell’identità personale, sia per la costruzione del mondo, che non è scritto in termini narrativi, ma si adatta a un reticolo narrativo modellato dalle società e dalle culture. Proprio a partire da un approfondimento dell’artificialità del raccontare è possibile indagare la portata normativa della narratività.

3. La normatività del narrativo

Il narrativo indica qui la riconoscibilità di categorie narratologiche all’interno della vita e della riflessione etiche. Questa cifra è comune a un panorama non unitario che privilegia alternativamente alcuni elementi della narrazione, riconoscendoli all’opera nell’agire umano oppure ricavandovi dei modelli per la teoria etica. Tale panorama permette di condurre un’analisi relativa alla portata e alle implicazioni normative del narrare, che riguarda sia gli approcci teleologici, sia quelli deontologici.

Anzitutto, come si è visto in riferimento ai sostenitori della naturalità del raccontare, chi propende per tale posizione tende a riconoscervi un impianto teleologico, volto alla realizzazione della vita buona all’interno dell’unità narrativa di una vita. Occorre tuttavia precisare che, analizzando la questione dal punto di vista della teleologia, quest’ultima assume tratti differenti nel caso in cui sia considerata una caratteristica naturale o, viceversa, nell’eventualità in cui sia considerata come dato non immediato, ma bensì come il frutto di un lavoro di articolazione e significazione. In altre parole, non è possibile stabilire un’analogia rigida e univoca tra naturalità e teleologia, dal momento che la dimensione normativa di quest’ultima si basa proprio sullo scarto tra essere e voler essere o tendere ad essere. Certo è che le etiche di carattere teleologico spesso sottoscrivono un ordine naturale con una sorta di «seconda lettura»,[20] riconoscendovi una normatività intrinseca sottoposta tuttavia a un processo di riconoscimento non immediato.[21]

Che la narratività espliciti un orizzonte teleologico proprio della vita umana è un’ipotesi riconosciuta sia da coloro che ne sostengono la naturalità sia da coloro che ne sostengono l’artificialità: questa polarità è riconducibile ai diversi modi di declinare la distinzione tra essere e dover essere. Ciò che appare decisivo, per tutti i sostenitori della normatività di tipo teleologico, sia per coloro che la ritengono naturale, sia per coloro che la ritengono artificiale, consiste in questo: dal punto di vista personale la normatività teleologica dice di una tensione, più o meno immediata, più o meno problematica – ed è qui che si gioca la differenza tra le due prospettive – verso la vita buona, riuscita, compiuta; dal punto di vista della comprensione del mondo, la narrazione è una modalità di addomesticamento dell’ambiente esterno, estraneo, che configura segni e simboli legandoli insieme in una trama narrativa, che traduce il modo umano di abitare la temporalità.

La prospettiva teleologica muove dal riconoscimento di un desiderio, pur problematico, di compimento, e legge l’esperienza biografica secondo uno schema preciso, che ricerca nelle azioni e negli eventi le tracce di un dipanarsi temporale di un nucleo di senso originario. Da questo punto di vista, sono centrali le categorie narratologiche della peripezia e dello scioglimento: le prime si superano perché accidentali e non essenziali; d’altro canto, essenziale è lo scioglimento, che corrisponde perlopiù alla «chiusura narrativa»,[22] al finale sensato e alla vita pienamente realizzata. La teleologia si può quindi intendere in almeno due accezioni. Quanto alla prima, la vita è naturalmente un processo di rischiaramento con una direzione intrinseca e un’altrettanto intrinseca apertura al bene; le singole azioni si inquadrano in un percorso che conduce al compimento, alla realizzazione di sé entro un contesto comunitario rispetto al quale il singolo si pone in continuità e coerenza e a cui deve far riferimento per autocomprendersi.

Quanto alla seconda, raccontare è normativamente vincolante per almeno due ragioni: anzitutto perché, posta la tensione verso il senso che si articola in modo variabilmente problematico, la rende esplicita e le dà voce, cercando di renderle giustizia; in secondo luogo, perché chiama in causa gli altri, convocati dal racconto all’ascolto e alla tessitura collettiva del senso. In tale normatività si condensano, da un lato, lo scarto – a un tempo prezioso e fonte di obbligazione – tra la “nuda vita” e l’esperienza biografica piena di senso, moralmente connotata e direzionata verso il bene e, dall’altro lato, l’esigenza di riconoscere la coralità della costruzione del senso, per cui si diventa comunità – e non semplicemente un aggregato di monadi prive di una direzione comune – proprio a partire dall’investimento collettivo del lavoro sul senso, che può mutuare dalla narratologia importanti indicazioni strutturali e metodologiche.

Pertanto, caratterizzare la narratività come lavoro che contribuisce a rischiarare la normatività della prospettiva teleologica significa sottolineare almeno due caratteristiche tipiche dei racconti, che sono state recentemente definite nei termini di «dipendenza dalla traiettoria» e «sensibilità interpretativa».[23] Tali espressioni, anziché porre l’accento sul finale sensato e sulla chiusura narrativa, indicano il riconoscimento di un legame, articolato narrativamente, tra l’orizzonte della vita buona, il suo contesto e la sua storia, e di un’attitudine ermeneutica che permette di interpretare in modo creativo gli orizzonti di senso ereditati, anche in un’ottica trasformativa. Le due caratteristiche non possono essere disgiunte; una normatività teleologica che non scada a teleologismo non può che rapportarsi in modo problematico e con attitudine interpretante alla tensione verso un compimento che si condensa nella dipendenza dalla traiettoria.

La complessità della correlazione tra naturale, artificiale e normativo propria della dimensione teleologica del narrativo si riduce sensibilmente nel paradigma deontologico. L’insistenza sul dovere come elemento caratteristico dell’esperienza morale e come cifra che ne condensa la normatività rende più agevole riconoscere nella prospettiva deontologica un riferimento alla dimensione artificiale, se con quest’espressione non s’intende qualcosa di alieno rispetto alle consuetudini umane, ma piuttosto il frutto della costruzione di un dover essere che deriva dalle pratiche e dalle forme di vita. Il riferimento al narrativo in senso deontologico può essere declinato a partire dall’idea di coerenza narrativa intesa come un dovere; quest’ultimo va esercitato da parte del soggetto e, a sua volta, chiama in causa i doveri degli altri soggetti coinvolti nella relazione morale.

Pertanto, si potrebbe intendere la dimensione deontologica nelle seguenti accezioni: il dovere comune di ascolto, cura e di mantenimento o creazione delle condizioni che rendano possibile l’effettivo esercizio del diritto di narrare se stessi;[24] il dovere di vivere narrativamente, riducendo al minimo l’episodicità per adeguare la propria esistenza a un modello biografico coerente, lineare, progressivo;[25] il dovere, che emerge dall’interazione tra soggetti, di non interferire con l’altrui realizzazione dell’ideale di vita coerente; infine, il dovere che la società nel suo complesso ha nei confronti di tutti i soggetti che non sono capaci di raccontare e che sono esclusi dalla possibilità di organizzare narrativamente la propria biografia. Lungi dal poter essere considerata un’abilità innata o immediatamente fruibile da chiunque, la capacità di articolare narrativamente se stessi e il mondo va acquisita e praticata a partire da condizioni interiori ed esteriori che lo consentano.

Il primo tra i doveri elencati fa riferimento alle condizioni politiche, sociali ed economiche legate alla presa di parola e al racconto di sé come premessa indispensabile per la costruzione della convivenza tra provenienze differenti, come cucitura del tessuto comunitario. A tale diritto corrisponde una serie di obbligazioni da parte della comunità, che deve poter garantire l’accesso alle e l’esercizio delle pratiche narrative: il diritto a prendere la parola implica oneri per le comunità storiche di riferimento e contribuisce così a esplicitare precomprensioni sostanziali, e non soltanto formali, che orientano le pratiche di convivenza.

Il secondo gruppo di doveri sposta l’attenzione dall’esteriorità all’interiorità e riconosce nel narrativo una struttura benefica, cui l’esperienza biografica deve cercare di tendere e adeguarsi, per evitare la dispersione di sé e promuovere l’autonomia. In che senso, però, a questo tentativo di approssimazione all’ideale della coerenza narrativa si può associare un dover essere? Anzitutto, si tratta di un dovere nei confronti di se stessi e degli altri. La coerenza narrativa qui non indica l’andatura certa e sicura di chi è convinto che realizzerà obiettivi e raggiungerà traguardi senza erranze e senza errori, rinunciando talvolta ai fini per accontentarsi dei risultati, ma la fatica di chi riflette sulla propria esperienza tenendo insieme frammenti, istanze dispersive, eventi, azioni, con la fiducia e nella speranza di un’unificazione autoappartentiva. Il sé, pur non dandosi in modo originariamente narrativo, è capace di costruire la propria narrazione e conferirle una portata normativa rispetto al futuro.

Il dovere della coerenza è dunque rivolto in primo luogo a se stessi in quanto veicola il riconoscimento di sé, tutela e salvaguarda lo spazio dell’«autorelazione pratica»[26] come riflessione che persiste nel tempo, non si rassegna al negativo e rende il sé capace di autorialità; in secondo luogo, la coerenza narrativa è un dovere nei confronti degli altri, dal momento che considerarsi autori delle proprie azioni e capaci di una tessitura sensata implica l’uscita da meccanismi di dipendenza che sovraccaricano gli altri e distorcono il senso della relazionalità. Si può quindi sostenere che l’agency narrativa implichi sempre anche una responsabilità per altri che invita a rimodulare l’autonomia personale e morale non tanto nel senso di una conquista del singolo, quanto piuttosto come un’assunzione di responsabilità. Elaborare e articolare la propria esperienza all’insegna di un’approssimazione costante al proprio sé in quanto protagonista della deliberazione pratica e di sintesi narrative con cui si costruisce il senso significa declinare il narrativo all’insegna d’eccedenza dell’umano, capace di iniziativa libera e creativa.

Inoltre, l’idea di coerenza narrativa può essere intesa come dovere positivo o negativo: l’orizzonte deontologico si può ulteriormente analizzare non tanto a partire dal dovere soggettivo di coerenza, ma, piuttosto, considerando le obbligazioni che il perseguimento della coerenza introduce nella relazione morale. Un conto è, infatti, sostenere che non si debba ostacolare il diritto di ciascuno alla coerenza, un conto è affermare la necessità di interventi che incoraggino l’esercizio di tale diritto. Infine, alla postura narrativa corrisponde un dovere, da parte della rete delle relazioni del singolo, di fornire le condizioni per l’accesso al raccontare; in questo caso non si fa riferimento alle condizioni economiche, sociali, culturali e politiche, ma piuttosto alle condizioni cognitive ed emotive che rendono l’individuo capace di ricorrere alla narrazione per dare forma alla ricerca del senso. I profili deontologici delineati accettano, in modo più o meno esplicito, che la coerenza narrativa sia un valore da promuovere e perseguire, non riconducibile alla dimensione descrittiva. Non tutti coloro che riconoscono una dimensione deontologica al narrativo condividono la valutazione positiva della narrazione. Infatti, da un lato ci si sofferma criticamente sull’ideale della coerenza che esalta la continuità a scapito dell’episodicità, nella persuasione che tale preferenza sia il frutto di una sedimentazione culturale non universalizzabile. Dall’altro lato, il diritto di narrare e la retorica della presa di parola sono ricondotti dai loro critici a una modalità di esercizio del dominio mediante la concessione del diritto di narrare. Per evitare tali critiche, è necessario accogliere altre modalità, frammentarie, di raccontarsi, qualora la parola narrata non si presenti in modo immediatamente intelligibile o coerente.[27]

In tutti i casi appena illustrati, il paradigma deontologico muove dalla possibilità che raccontare non sia un’attività naturale o connaturata all’esperienza umana e che, allo stesso modo, tale gesto sia doveroso perché rispondente a una necessità pratica. Anche in questo caso, evidentemente, all’attività narrativa appartiene una dimensione normativa. Mutuando dalla narratologia il dispositivo della coerenza, si può dire che rendere la vita e il mondo analoghi al racconto si può ricondurre non all’essere, ma al dover essere. Dunque, si tratta di uno sforzo che eccede la semplice esistenza e che anzi la sintetizza e la plasma sulla base di pattern, modelli, funzioni e strutture di tipo narrativo. La coerenza narrativa, ovvero la sequenzialità che unifica e supera la dispersione, diventa un principio organizzatore e un criterio di valutazione morale. L’artificialità del raccontare e la normatività di tipo deontologico sembrano costituire un involucro volto a preservare un nucleo irriducibilmente teleologico, che dice di un’aspirazione alla vita buona tanto preziosa quanto fragile.[28]

La narratività può quindi tenere insieme il punto di vista teleologico e quello deontologico, nella misura in cui il lavoro narrativo consiste in una riappropriazione, in una personalizzazione di una tensione, di una postura interrogante all’insegna della già menzionata «seconda lettura». Proprio in questo scarto tra il naturale e il riflessivo risiede il narrativo. Entrambe le prospettive normative hanno il pregio di salvare i meccanismi narrativi dall’automatismo e dall’impersonalità, rischio a cui sono tuttavia esposte. Riguardo alla teleologia, infatti, la sua normatività comporta un lavoro di cucitura, di tessitura che non si limita all’evidenza del non senso ma ricerca significati e li costruisce dando voce a un’inquietudine che tende in modo imperfetto alla pienezza; d’altra parte, la dimensione narrativa sganciata dalla singolarità personale rischierebbe di trasformarsi in teleologismo naturale, automatico, che sarebbe riconosciuto come un tratto proprio della specie umana, più che del singolo individuo. Anche rispetto alla deontologia, l’istanza normativa implica un lavoro di avvicinamento alle condizioni morali e sociali che permettono di raccontare e raccontarsi; tuttavia, se le stesse categorie sono universalizzate e imposte come un dover essere che non tiene conto dei contesti, o, in alcuni casi, utilizzate per costruire un modello che dice di una contraffazione della realtà mediante un’esasperazione dell’artificialità,[29] allora il narrativo, da lavoro di articolazione, si trasforma in una struttura a cui conformarsi e difficilmente evita le critiche di universalismo monologico, cieco alla singolarità, anonimo.

L’integrazione tra le due prospettive sembra poter garantire l’accesso alla dimensione simbolica che eccede il fattuale e gli dà senso, rendere conto di un’idea di coerenza narrativa come un ideale a cui tendere, in bilico tra unificazione e dispersione, essere in grado di cucire insieme dimensione interiore e dimensione esteriore. Quanto a quest’ultimo aspetto, la dimensione interiore chiamata in causa dalla narratività consiste in un lavoro che, da una parte, permette di appropriarsi criticamente della tradizione e del passato e, dall’altra parte, consente di riconoscersi “portatori” di trasformazione proprio grazie all’immaginazione narrativa. Anche dal punto di vista dell’esteriorità, l’integrazione tra le due prospettive si mostra adeguata a ripensare la possibilità di accogliere racconti differenti, con un’apertura a modalità e categorie estranee a quelle tipiche della narratologia, ma mai indicibili. Il narrativo accorcia le distanze tra teleologia e deontologia, quasi a indicare che la pienezza di senso dell’esperienza biografica è anche un impegno verso se stessi e gli altri, che si articola come bilanciamento tra passato e futuro nello spazio angusto delle peripezie del presente e che ha bisogno di negoziare intorno alle diverse visioni della vita buona.

4. Tra natura e artificio: la socialità del raccontare

In queste brevi riflessioni conclusive si tenterà di rintracciare, alla base della narratività, un bisogno “quasi-naturale” che può essere incentivato, ignorato, ostacolato dal contesto morale e sociale di riferimento. La quasi-naturalità del raccontare non esclude che si diano autocomprensioni narrative artificiali, falsificanti, che riflettono pur sempre una ricerca incessante di sé e rientrano tra le forme dell’«autorelazione pratica», che è anche relazione con il mondo e mediata dal mondo. “Quasi-naturale” indica un atteggiamento, una postura, una disposizione che si rafforza con l’abitudine e si perde con l’abbandono e la rassegnazione. Inoltre, l’espressione “quasi-naturale” dice di un impegno normativo che eccede la naturalità e invita a riconsiderare il significato e la portata dell’artificialità. Artificiale non significa arbitrario, né necessariamente falsificante o in malafede. Se così fosse, infatti, lo slittamento dalla narratività ai racconti omologati, manipolabili e amplificati dai mezzi di comunicazione sarebbe difficilmente arginabile. Al contrario, la narrazione è anche traccia di una creatività irriducibile, di una tessitura corale del senso a partire dalla configurazione dei simboli e dei significati, di una capacità liberante nei confronti delle storie opprimenti.[30]

Com’è noto, il legame tra naturalità e artificialità è stato tematizzato dall’antropologia filosofica classica: non si può non ricorrere a una delle tre leggi antropologiche fondamentali, quella dell’artificialità naturale,[31] per fare parola di tale legame, tenendo tuttavia conto della sua storicità e delle mutevoli condizioni del suo darsi. Proprio qui si può collocare la riflessione sul narrativo che si rintraccia in alcuni autori dell’antropologia filosofica contemporanea. Anzitutto, la paura dell’ignoto e il suo addomesticamento sono considerati come altrettanti “motori” del raccontare; si cerca il senso laddove esso non si può dedurre dal visibile. Hans Blumenberg lo ha sottolineato in modo emblematico:

È improbabile che nella realtà, in quanto risultato di processi fisici, compaiano cose dotate di senso. Per questa ragione forme marcate di improbabilità diventano indici di un senso […] Non c’è momento e luogo in cui sia mancata la disponibilità ad accettare il suggerimento che ciò che appare insensato racchiuda un senso […] La significatività viene generata sia dall’intensificazione, sia dal depotenziamento. Dall’intensificazione come aggiunta a fatti positivi, a nudi dati, come arricchimento non meramente retorico delle circostanze del caso; dal depotenziamento come contenimento dell’intollerabile, trasformazione dello sconvolgente in un fattore di stimolo e di movimento.[32]

A partire da quest’orizzonte, alcune voci contemporanee sottolineano che è possibile individuare nella creatività narrativa uno strumento esonerante,[33] una tecnica volta, da un lato, a risparmiare energie e placare l’ansia verso l’ignoto attraverso la creazione di modelli interpretativi e predittivi, e, dall’altro lato, a sospendere la realtà, rendendola più sopportabile, attraverso la finzione. Secondo Marquard, il mondo razionalizzato e interamente commentato non elimina ma, al contrario, rafforza l’esigenza di preservare le pratiche narrative. I racconti svolgono quindi una funzione compensativa rispetto all’eccesso di razionalizzazione: «Quanto più razionalizziamo, tanto più dobbiamo raccontare. Quanto più moderno diviene il mondo moderno, tanto più il racconto diventa inevitabile: narrare necesse est».[34]Proprio con Odo Marquard diventa possibile includere la questione della narrazione entro le forme artistiche, letterarie e culturali legate al fenomeno dell’esonero.[35] Questa lettura dei fenomeni narrativi, tuttavia, non deve essere completamente “naturalizzata” per poter essere sottoscritta. In altre parole, se anche il narrativo fosse riconducibile all’istinto e alla volontà di sopravvivenza che conduce l’uomo a elaborare strumenti esoneranti, in esso resterebbe traccia di un’eccedenza di senso e creatività, capace di emergere nei contesti sociali in cui si sperimenta una relazionalità buona, che caratterizza l’umano in quanto capace di agire in modo disinteressato.[36]

Detto altrimenti, al riconoscimento della narratività come elemento esonerante e compensativo va affiancato un ulteriore riconoscimento, relativo al suo tratto di imprevedibilità, novità e creatività, specie nel dominio etico-pratico della scelta e del giudizio in situazione. Tornano qui utili tanto le riflessioni condotte da Ricœur, quanto quelle sviluppate da Benjamin. Il primo, con la già menzionata «intelligenza fronetica», riconosce che l’eccedenza del narrativo, irriducibile alla mera spiegazione e aperta alla comprensione interpretativa, consiste nel suo carattere fittizio. Il secondo, pur cronologicamente anteriore a Marquard, sembra completare le riflessioni di quest’ultimo indicando proprio nella libertà dalla spiegazione uno strumento disinteressato di azione creativa:

Se l’arte di narrare si è fatta sempre più rara, la diffusione dell’informazione ha in ciò una parte decisiva. Ogni mattino ci informa delle novità di tutto il pianeta. E con tutto ciò difettiamo di storie singolari o significative. Ciò accade perché non ci raggiunge più alcun evento che non sia già infarcito di spiegazioni. In altri termini: quasi più nulla di ciò che avviene torna a vantaggio della narrazione, quasi tutto a vantaggio dell’informazione. È, infatti, già la metà dell’arte di narrare, lasciare libera una storia, nell’atto di riprodurla, da ogni sorta di spiegazioni.[37]

Se proprio alla libertà dalla spiegazione e dal commento Marquard riconduce la funzione esonerante del narrativo, Benjamin ne sottolinea, d’altra parte, la natura trasformativa. L’uomo non narra soltanto per compensare carenze imputabili alla specie, né semplicemente perché ciò è funzionale a resistere contro l’eccesso di razionalizzazione, ma anche per trasformare l’esistente che si produce storicamente e si autonomizza dalla natura oppure – ma non si tratta di un’alternativa – per condividere valori o costruire relazioni persistenti, senza che ciò sia necessariamente utile. In tal senso la socialità e la coralità del raccontare mostrano anche la sua natura disinteressata.[38]

A partire dalle considerazioni svolte intorno all’approccio filosofico-antropologico, dunque, si può riaffermare il tratto “quasi-naturale” del narrativo, tra naturalità e artificialità. Proprio l’artificio narrativo – o, detto altrimenti, la mediazione narrativa – consentirebbe all’umano di riconoscersi e vivere nel mondo, di cui non può considerarsi parte se non attraverso una postura riflessiva. A partire da tale assunto fondamentale, l’antropologia filosofica contemporanea, per un verso, rintraccia nella narratività una strategia di compensazione dell’ansia e di addomesticamento del mondo, che è necessario non considerare immediatamente naturale; per altro verso, mediante un détour forse più articolato e complesso, essa individua nella narrazione un modo per sopravvivere alla razionalizzazione eccessiva e all’inospitalità del reale. Esplicitando ulteriormente questa prospettiva, ci si può rendere conto che anch’essa corre il rischio di considerare il narrativo come una strategia compensativa volta alla sopravvivenza dell’umanità nell’uomo, anche se qui la compensazione è possibile solo previo riconoscimento del carattere di evasione tipico della finzione narrativa. Questo duplice resoconto può essere accolto se non si pone come alternativo a ogni ipotesi che valorizzi la libera creatività del gesto narrativo, capace di aprire nuovi orizzonti e trasformare quelli esistenti, non necessariamente né semplicemente nell’ottica della sopravvivenza.

Silvia Pierosara

[1] Cfr. R. Barthes, L’avventura semiologica, tr. it. C.M. Cederna, Einaudi, Torino 1991, pp. 81-82. [2] W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Id., Angelus novus, tr. it. R. Solmi, Einaudi, Torino 2004, pp. 247-274, p. 247. [3] Ivi, p. 258. [4] Il testo è originariamente apparso in italiano in P. Ricœur, Filosofia e linguaggio, tr. it. D. Jervolino, Guerini, Milano 1994, pp. 169-185. Le citazioni qui riportate sono tratte da P. Ricœur, La vita. Un racconto in cerca di narratore, in Id., Attorno alla psicoanalisi, tr. it. F. Barale, Jaca Book, Milano 2020, pp. 231-244. [5] Ivi, p. 232. [6] Ivi, p. 239. [7] Ibidem. [8] Ivi, p. 240. [9] M. Schechtman, The Narrative Self, in S. Gallagher (cur.), The Oxford Handbook of the Self, Oxford University Press, Oxford 2011, pp. 394-416, p. 398. Nel primo gruppo l’autrice colloca studiosi come MacIntyre, Taylor e Ricœur, che a suo avviso propendono per una concezione ermeneutica della narrazione, e considerano l’uomo come un animale che si autointerpreta, alla ricerca di un significato che ecceda la dimensione biologica e naturale, e studiosi come Dennett e Velleman. Nel secondo gruppo Schechtman colloca gli autori che riconoscono alla narrazione una qualità esplicativa e rinunciano alla pretesa di comprendere la vita umana come una narrazione sensata, accontentandosi di utilizzare la narrazione come strumento per spiegare “localmente” il senso di singole azioni o eventi. Un esempio dell’applicazione della teoria narrativa dell’identità è fornito dalla stessa autrice in di cui occorre tener presente il contributo Philosophical Reflections on Narrative and Deep Brain Stimulation, «Journal of Clinical Ethics» 2 (2010), pp. 133-139. [10] Com’è noto, questo è uno degli argomenti della critica alla narratività mossa da G. Strawson, Against Narrativity, «Ratio» 4 (2004), pp. 428-452. [11] Tra di essi si possono annoverare J. Bruner, Life as Narrative, «Social Research» 54 (1987), pp. 11-32; Id., The Narrative Construction of Reality, «Critical Inquiry» 1 (1991), pp. 1-21; Id., La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, tr. it. M. Carpitella, Laterza, Roma-Bari 2002; D. Carr, Narrative and the Real World. An Argument for Continuity, «History and Theory» 2 (1986), pp. 117-131, A. Rudd, In Defence of Narrative, «European Journal of Philosophy» 1 (2009), pp. 60-75; l’essenzialità della cifra narrativa per la definizione dell’umano è sostenuta anche alcuni antropologi e storici della cultura cui si deve il conio dell’espressione biopoetica. Su questo, cfr. M. Cometa, Perché le storie aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Raffaello Cortina, Milano 2017. [12] In questo contributo il riferimento al dover essere per la dimensione teleologica, pur non appropriato, indica piuttosto un voler essere, una tensione all’essere. [13] Cfr. A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, tr. it. P. Capriolo, Feltrinelli, Milano 1988. Secondo MacIntyre è «naturale pensare all’io in una forma narrativa» (Ivi, p. 246). [14] Tra gli esponenti del darwinismo letterario si possono annoverare J. Carroll, Literary Darwinism. Evolution, Human Nature, and Literature, Routledge, New York 2004; J. Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani, tr. it. G. Oliviero, Bollati Boringhieri, Torino 2014. Il darwinismo letterario sostiene che nella narratività consista il vantaggio evolutivo della specie umana e che l’uomo, in quanto unico essere vivente capace di racconto, ha utilizzato la narrazione proprio per sopravvivere e meglio adattarsi. Quanto al cognitivismo letterario, quest’ultimo approccia i fenomeni narrativi, e, più in generale, letterari o artistici come altrettante tappe dello sviluppo cognitivo dell’uomo e sostiene che i fenomeni narrativi hanno consentito l’evoluzione della mente. Come sottolinea Cometa, le due correnti confondono spesso i fenomeni narrativi e quelli letterari, rinunciando a una distinzione che forse avrebbe ricadute significative nell’analisi della narratività (Cfr. M. Cometa, Perché le storie aiutano a vivere, cit., p. 42). In tal senso, l’appiattimento del narrativo sul letterario impedisce di riconoscere all’opera, soprattutto nella sfera dell’agire morale, categorie narrative molto più estese di quelle letterarie. Un utile studio relativo alla narrazione come dimensione specifica dell’umano è N.L. Huston, L’espèce fabulatrice, Actes Sud, Arles 2008. Sul cognitivismo letterario, cfr., per esempio, S. Calabrese (cur.), Neuronarratologia: il futuro dell’analisi del racconto, CLUEB, Bologna 2009. Quanto alla ricerca sulla narratività in ambito prettamente filosofico-fenomenologico in connessione con la filosofia della mente, tra gli studi maggiormente conosciuti si possono annoverare: S. Gallagher(cur.), The Oxford Handbook of Self, Oxford University Press, Oxford 2011; D.D. Hutto (cur.), Narrative and Understanding Persons, Cambridge University Press, Cambridge 2007; S. Gallagher, D. Zahavi, La mente fenomenologica. Filosofia della mente e scienze cognitive, Raffaello Cortina, Milano 2009. Pur molto differenti tra loro, queste prospettive tengono presenti le acquisizioni delle neuroscienze. [15] J. Gottschall, L’istinto di narrare, cit., p. 41. [16] Ivi, pp. 118-119. [17] Che la capacità di narrare non sia scontata è un tema che riscuote sempre maggiore attenzione e guida molte ricerche empiriche di natura psicologica, sociologica, antropologica. Un esempio che riguarda gli adolescenti si rintraccia in I. Pirone, Fragilisation de la fonction narrative et impasses du sujet, «Le Télématique» 1 (2017), pp. 37-46. [18] Scrive Sartre: «Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell’essere umano» (J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, tr. it. G. Del Bo, Il Saggiatore, Milano 1994, p. 114). [19] Geneviève Lloyd scrive che l’opera autobiografica di Sartre, Le parole, rappresenta in modo emblematico il tentativo di «imporre un patterndi necessità ai frammenti» (G. Lloyd, Shaping a Life: Narrative, time and necessity, in K. Atkins, C. Mackenzie (cur.), Practical Identity and Narrative Agency, Routledge, New York 2008, pp. 255-268, p. 264). [20] L’espressione ricorre in P. Ricœur, Tempo e racconto vol. III: Il tempo raccontato, tr. it. G. Grampa, Jaca Book, Milano 1988, p. 271. [21] Su questo tema sono imprescindibili i seguenti contributi: Ch. Taylor, Condurre una vita, «La società degli individui» 4 (2001), pp. 73-89; Id., Animali che si autointerpretano, in Id., Etica e umanità, Vita & Pensiero, Milano 2004, pp. 87-126; nel suo volume più recente, Taylor dedica un capitolo decisivo al tema della narrazione, in cui mostra come la narratività è capace di produrre senso: cfr. Id., How Narrative Makes Meaning, in Id., The Language Animal. The Full Shape of the Human Linguistic Capacity, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2016, pp. 309-318. [22] La questione della chiusura narrativa è stata oggetto di numerose osservazioni critiche. Da un punto di vista narratologico, tale categoria indica il processo in base al quale un racconto pone delle domande di cui può articolare le risposte attraverso una serie di reti causali. Questa definizione si rintraccia in N. Carroll, Narrative Closure, «Philosophical Studies» 135 (2007), pp. 1-15, e risale a L.O. Mink, History and Fiction as Modes of Comprehension, «New Literary History» 3 (1970), pp. 541-558. Il grado di automatismo con cui si ottiene la chiusura narrativa nelle storie è la misura del rischio di trasformare la dimensione teleologica in un teleologismo intrinseco che finisce per negare la libertà umana. Andrea Westlund, confrontandosi con un recente volume di Diana Meyers, si è soffermata criticamente sull’idea di chiusura narrativa, sostenendo che la sua assenza, specie nelle storie di sofferenza sia indice della necessità di prendersi cura delle vittime anzitutto tramite il loro ascolto; che tali storie restino aperte, infatti, mostra come non sempre sia sufficiente narrare per trovare un senso. Cfr. A. Westlund, Victims’ Stories. A Call to Care, «Metaphilosophy» 1-2 (2018), pp. 27-39. Westlund fa riferimento al volume di D.T. Meyers, Victims’ Stories and the Advancement of Human Rights, Oxford University Press, Oxford 2016. [23] A utilizzare per la prima volta queste espressioni è K. Jones, How to Change the Past, in K. Atkins, C. Mackenzie (cur.), Practical Identity and Narrative Agency, cit., pp. 269-288. [24] Per quest’espressione cfr. H.K. Bhabha, The Right to Narrate, «Harvard Design Magazine» (2014), ora all’indirizzo http://www.harvarddesignmagazine.org/issues/38/the-right-to-narrate, consultato in data 24 agosto 2020. [25] Su quest’aspetto, cfr. ancora G. Strawson, Against Narrativity, cit., che, com’è noto, definisce questa prospettiva ethical Narrativity thesis. [26] Quest’espressione è di A. Honneth, Lotta per il riconoscimento. La grammatica morale dei conflitti sociali, tr. it. C. Sandrelli, Il Saggiatore, Milano 2002, p. 98. [27] Su questo aspetto cfr. J. Butler, Critica della violenza etica, tr. it. F. Rahola, Feltrinelli, Milano 2006. [28] Per l’utilizzo di queste categorie cfr. L. Alici, Il fragile e il prezioso, Bioetica in punta di piedi, Morcelliana, Brescia 2016. [29] In questo senso, le storie possono veicolare anche falsificazioni e contraffazioni inconsapevoli o, viceversa, eterodirette. Si può rintracciare un richiamo al dover essere anche nei casi di fabbricazione delle storie. Per un’analisi del fenomeno dello storytelling come meccanismo completamente artificiale cfr. Ch. Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, tr. it. G. Gasparri, Fazi, Roma 2008. [30] Sono sempre più numerosi gli studi e le pratiche legati al concetto di narrative power. Esempi ne sono un recente volume di K. Plummer, Narrative Power. The Struggle for Human Value, Polity Press, Cambridge 2019, e il Center for Story-Based Strategy, volto alla trasformazione dell’esistente mediante strategie narrative di attivazione e coordinamento delle agency. Cfr. il sito https://www.storybasedstrategy.org/. [31] Il riferimento è a H. Plessner, I gradi dell’organico e l’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, tr. it. V. Rasini, Bollati Boringhieri, Torino 2006, pp. 332-344. A una «natura artificialmente disintossicata» fa riferimento anche A. Gehlen, Prospettive antropologiche. Per l’incontro con se stesso e la scoperta di sé da parte dell’uomo, tr. it. S. Cremaschi, il Mulino, Bologna 1987, p. 68. [32] H. Blumenberg, Elaborazione del mito, tr. it. B. Argenton, il Mulino, Bologna 1991, p. 105. Cfr. anche Id., Prefigurazione. Quando il mito fa la storia, tr. it. S. Minelli, Morcelliana, Brescia 2018. [33] Com’è noto, la categoria di esonero si deve a A. Gehlen, L’uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, tr. it. C. Mainoldi, Feltrinelli, Milano 1983. [34] O. Marquard, Philosophie des Stattdessen. Studien, Reclam, Stuttgart 2000, p. 63. [35] Scrive Marquard a questo proposito: «Sempre più suggestiva diviene, infatti, la teoria dell’“uomo” che, seguendo Herder, radicalizza l’approccio scheleriano, sacrificandone la tesi sullo spirito e dirigendosi principalmente verso una filosofia naturale dell’uomo. Essa concepisce tutte le prestazioni dell’uomo, lo spirito compreso, come “esoneri” caratteristici della sua naturale situazione di carenza, e la cultura come un immane congegno volto unicamente a evitare in modo permanente l’estinzione: i problemi legati alla natura dell’uomo diventano, insomma, un’istanza della storia» (O. Marquard, Per una storia del concetto filosofico di “antropologia” a partire dalla fine del XVIII secolo, in Id., Compensazioni. Antropologia ed estetica, Armando, Roma 2007, pp. 33-108, p. 51). [36] L’antropologia filosofica sembra oscillare tra la riduzione delle forme della cultura e della spiritualità a fenomeno naturalmente artificiale (si pensi a Gehlen) e il loro riconoscimento come incarnazione della libertà che prescinde dal biologico. Quest’ultima posizione è riconducibile a Max Scheler, secondo cui i valori spirituali, che comprendono quelli artistici, sono governati da «leggi ad essi intrinseche, irriducibili a qualunque legge semplicemente “biologica”» (M. Scheler, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, tr. it. G. Caronello, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, p. 147). [37] W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 253. [38] In tal senso, appaiono di nuovo emblematiche le considerazioni di Walter Benjamin, che associa l’eclisse del racconto alla scomparsa di antichi mestieri, capaci di rendere l’ascoltatore dimentico di sé, accogliente e disposto a narrare ancora. Cfr. W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 255. L’autore esprime una posizione analoga anche nel racconto breve intitolato Il fazzoletto, in W. Benjamin, Racconti, a cura di A. Prete, Einaudi, Torino 2019, pp. 40-46.

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