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  • Il blog della SIFM

Valentina Erasmo - SOLIDARIETÀ COME RESPONSABILITÀ INTERGENERAZIONALE

PANEL NATURALE/ARTIFICIALE

Solidarietà come responsabilità intergenerazionale.

L’attualità del solidarismo francescano per la conservazione

dell’ambiente naturale per le generazioni future

Valentina Erasmo

"Rilocalizzare l’economia e la vita è una condizione imprescindibile per la

sostenibilità (…) Il territorio dovrebbe essere considerato come un’immensa

opera d’arte vivente, prodotta e mantenuta nel tempo dai popoli esistenti. Di

conseguenza, si tratta di un bene comune, perché costituisce l’ambiente

essenziale per la riproduzione materiale della vita umana e per la realizzazione

delle relazioni socio-culturali e della vita pubblica"

(S. Latouche, M. Faletra, Hyperpolis, Meltemi Editore, Milano, 2019, pp. 34-35)

1. Introduzione

In una realtà complessa come quella contemporanea, riflettere sulla diade concettuale di “Etica e Natura” può sollevare un ginepraio di questioni che possono andare ben oltre i confini della filosofia morale: pertanto, la figura del filosofo non può esimersi dal confronto con un ricco ventaglio di discipline, come l’economia, la politica e la sociologia, giusto per citarne alcune. Per questa ragione, tra la pluralità di problematiche che possono sorgere a partire dalla diade “Etica e Natura”, si è scelto di analizzare l’impatto del riduzionismo economico, distintivo delle logiche capitalistiche, sull’ambiente naturale come bene pubblico, attraverso un’analisi etico-economica di questi fenomeni. Accanto alle conseguenze positive proprie della crescita economica, si assistono spesso a fenomeni negativi connessi a essa, come la svalutazione e il depauperamento dell’ambiente naturale. Tra le cause di questi fenomeni ci sono, principalmente, da un lato, la dominanza degli interessi privati a scapito dei beni comuni all’interno di un clima dominato dalla avalutatività morale; dall’altro lato, l’impatto concreto del trade-off tra equità ed efficienzasull’ambiente naturale, entro una concezione antropologica dell’uomo inteso come mero homo oeconomicus, orientato principalmente alla massimizzazione del suo benessere individuale.

In tale scenario, si ritiene che la filosofia morale non solo debba, ma possa ricoprire un ruolo di assoluto rilievo per individuare una proposta per i decision-maker, al fine di conciliare uno sviluppo socioeconomico sostenibile, rispettoso dell’ambiente naturale, con un adeguato quadro normativo di riferimento in cui possano essere superati sia questo clima di avalutatività morale che l’individualismo egoistico derivanti dal primato dell’economico su altri ambiti del reale. In questa direzione, si intende riscoprire il solidarismo francescano, ma mutuando e reinterpretando la sua categoria portante di solidarietà nei termini di responsabilità intergenerazionale così da incarnare una proposta capace di conservare l’ambiente naturale per le generazioni future.

Si procederà con un’analisi generale dell’impatto del riduzionismo economico sull’ambiente naturale come bene pubblico; di seguito, si volgerà lo sguardo alle origini del solidarismo francescano, in particolare, ai Monti di Pietà e ai relativi elementi di prestito, agape e inter-esse che possono fungere da volano verso una rinnovata responsabilità intergenerazionale per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future. Successivamente, si approfondiranno la solidarietà e le categorie-valori che possono essere mutuate da essa o reinterpretate a partire da essa, ovvero quelle di dono, responsabilità, condivisione, valore-legame e conservazione, enfatizzando la loro attualità circa le problematiche ambientali caratterizzanti la realtà contemporanea; infine, alcune riflessioni conclusive.

2. Un’analisi etico-economica dell’impatto del riduzionismo economico sull’ambiente naturale inteso come bene comune

Come si è affermato nell’introduzione, il punto di partenza di questo contributo è rappresentato dalla necessità di un’analisi relativa all’impatto del riduzionismo economico, distintivo delle logiche capitalistiche, sull’ambiente naturale come bene comune[1]. Negli ultimi decenni, il neoliberalismo imperante ha fatto sì che le politiche economiche si orientassero al <<perseguimento dell’efficienza e della crescita-solitamente misurata attraverso l’indicatore del PIL-che ne costituirebbero i fini ultimi>>, tralasciando <<le questioni attinenti alla giustizia sociale, le quali non rientrerebbero tra i suoi fini>>[2]. Questa forma di riduzionismo ha comportato che la giustizia sociale non venisse più contemplata tra i fini dell’economia, bensì rimanesse oggetto di interesse della sola dimensione etica, come sottolinea Giovanola. Allo stesso modo, i decision-makers appartenenti alla classe dirigente hanno orientato principalmente le loro decisioni al semplice perseguimento dell’efficienza e dell’incremento dei profitti, anziché misurarsi con le conseguenze del loro agire, considerando le questioni etiche come estranee alle loro scelte, in quanto di dominio della giustizia sociale.

Con questo, non si intende demonizzare la crescita economica, ma assumere uno sguardo critico su di essa: se, da un lato, permette di migliorare il benessere di una nazione, attraverso un aumento, diffuso e generalizzato, di consumi, del livello di produzione di beni e servizi, dei tassi occupazionali, dei capitali e degli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S); dall’altro lato, con particolare riferimento al tema di questo intervento, può causare fenomeni negativi, come la svalutazione e il depauperamento dell’ambiente naturale. In un pianeta dalle risorse limitate, la convinzione di poter basare il nostro stile di vita su una crescita economica illimitata è destinata allo scacco. Come sostiene Latouche:

<<i limiti della crescita sono definiti, nel contempo, sia dalla quantità disponibile di risorse naturali non rinnovabili sia dalla velocità di rigenerazione della biosfera per le risorse rinnovabili. Storicamente, nella maggior parte delle società, queste risorse erano considerate essenzialmente beni comuni (commons) che, nella maggioranza dei casi non appartenevano a nessun singolo individuo. Ciascuno poteva goderne nei limiti delle regole d’uso della comunità.>>[3]

Al contrario di questa condivisione pubblica e collettiva delle risorse naturali, intese come beni comuni di cui tuttipotevano goderne, ma nessuno ne era proprietario, le logiche capitalistiche contemporanee hanno visto gli interessi privati appropriarsi “indebitamente” dei beni pubblici, confermando quella <<separatezza dell’economico e la sua enfasi produttivistica>>[4]. Così, si perde vista la possibilità di <<ridefinire la ricchezza secondo parametri complessivi di convivenza sobria e conviviale>>[5], rispettosa dell’ambiente naturale, a fronte sia del produttivismo che del consumismo esasperato, distintivo delle società più ricche e interessate dal fenomeno della globalizzazione.

Tali tendenze trovano la loro naturale collocazione nel clima imperante di avalutatività morale, dove l’orientamento alla già citata efficienza nei processi decisionali diventa una concreta minaccia per le libertà individuali[6], in cui la mera ottimizzazione dei risultati fa sì che vengano messe fra parentesi quelle sperequazioni che si vanno progressivamente a creare e/o stratificare all’interno di una società. Con la sua avalutatività morale, l’orientamento all’efficienza costituisce una minaccia per categorie-valori come quella di “solidarietà”[7], al centro di questo contributo: nel corso del secolo scorso, proprio il riduzionismo economico ha presentato <<efficienza e eguaglianza, crescita e redistribuzione, competitività e solidarietà come (…) polarità opposte che possono solo prosperare l’una alle spese dell’altra>>[8].

Il trade-off che si è così creato tra equità ed efficienza[9] può condurre a conseguenze estreme sulla conservazione dell’ambiente naturale: negli anni Novanta, Boyce è stato il primo economista ad evidenziare, sotto un profilo teorico, come le diseguaglianze socioeconomiche possano influenzare il degrado ambientale[10]. In particolare, egli fece come notare come, in una società iniqua, i ceti più benestanti hanno maggior potere politico, quindi possono influenzare i policy-makers ad approvare progetti a più elevato impatto ambientale[11]: sono perlopiù le famiglie più ricche a godere dei benefici connessi allo sfruttamento delle risorse naturali, trattandosi di investimenti generalmente più redditizi, mentre le famiglie meno abbienti si trovano a sopportare buona parte dei costi ecologici connessi a queste attività. Se nel medio-lungo periodo aumentassero ulteriormente gli investimenti a forte impatto ambientale, dunque, il conseguente degrado ecologico potrebbe essere catastrofico.

D’altro canto, negli ultimi anni, non sono certo mancate iniziative a sostegno di uno sviluppo sostenibile[12]: sul versante politico, basti pensare alla strategia Europa 2020, la quale prevede (proprio entro il 2020), uno sviluppo non solo intelligente e inclusivo, ma sostenibile, puntando sulla green economy, allo scopo di ridurre del 30% l’emissione di gas serra rispetto ai livelli raggiunti negli anni Novanta. Invece, sul versante economico, sta avendo sempre maggiore diffusione il bilancio ambientale d’impresa, ideato già da diversi anni dalla Fondazione Mattei, così che le imprese possono comunicare a tutti gli stakeholders l’efficacia della propria gestione ambientale, tracciando informazioni utili (come, ad esempio, i flussi di ingresso e in uscita, le grandezze fisiche, i valori economici e le spese sostenute per ridurre l’impatto ambientale della propria produzione[13]) per testimoniare l’impegno aziendale verso una crescita equilibrata e uno sviluppo sostenibile. Si trattano dei primi, timidi, segnali di una rinnovata coscienza ambientale sia da parte delle istituzioni che del mondo imprenditoriale, ma questi tentativi non sono ancora sufficienti per dimostrare un impegno concreto da parte di questi decision-makers per la conservazione dell’ambiente naturale.

Infatti, risulta ancora prevalente l’orientamento a soddisfare pedissequamente i sempre crescenti bisogni individuali, non solo da parte della classe politica e dirigente, ma degli stessi consumatori, a scapito sia dell’equità che del rispetto dell’ambiente naturale, data la possibile correlazione tra essi citata precedentemente. Tutte queste dinamiche trovano la loro naturale espressione nel quadro antropologico dominante nell’economia mainstream che vede come suo indiscusso protagonista l’homo oeconomicus. Tra i punti fermi di questo paradigma, ci sono la concezione egoistica dell’uomo e l’assunzione di un individualismo etico dalla chiara connotazione utilitaristica, insieme a una razionalità economica e perfetta: pertanto, un allontanamento dalla massimizzazione della propria utilità, insieme all’adozione di moventi non egoistici, equivarrebbero al venir meno della razionalità stessa dell’agente economico, istanza rispetto alla quale si è fermamente opposto, tra altri, l’economista e filosofo indiano Amartya Sen[14]. Si è di fronte a una razionalità che assume carattere strumentale, per dirla con Weber, la quale orienta l’azione alla scelta di mezzi efficienti, attraverso la stima del costo/beneficio necessario per raggiungere l’obiettivo prefissato. Dato l’acuirsi della difficoltà di dialogo tra etica ed economia, l’homo oeconomicus ha contribuito in maniera decisiva alla perdita della reciprocità nelle interazioni sociali, in generale, la quale risulta persino amplificata nella dimensione intertemporale, con il venir meno di qualsiasi senso di responsabilità per le generazioni future a partire dalle conseguenze dei nostri comportamenti attuali.

L’insieme degli elementi finora analizzati, restituisce un vivido mosaico della criticità del riduzionismo economico e delle sue conseguenze e concause nel fenomeno di svalutazione e depauperamento dell’ambiente naturale, da cui scaturisce questo monito per la comunità filosofica a individuare nuovi quadri normativi di riferimento per una rinnovata responsabilità intergenerazionale contro l’individualismo egoistico derivante dal primato dell’economico su altri ambiti del reale.

In questa direzione, si intende riscoprire il solidarismo francescano, ma mutuando e reinterpretando la sua categoria portante di solidarietà nei termini di responsabilità intergenerazionale, ritenendo che possa rappresentare una proposta capace di conservare l’ambiente naturale per le generazioni future.

3. Mutuando e reinterpretando il solidarismo francescano nei termini di responsabilità intergenerazionale per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future

3.1 Dai Monti di Pietà alle categorie di prestito, agape e inter-esse

A questo punto, si procederà con un panorama sulle origini del solidarismo francescano con particolare attenzione all’attività svolta dai Monti di Pietà e ai relativi elementi di prestito, agape e inter-esse che possono promuovere una rinnovata responsabilità intergenerazionale per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future. Sotto un profilo storico, nel periodo compreso tra il XIII e il XIV secolo, il solidarismo francescano comincia ad affermarsi attraverso alcuni personaggi ben noti agli studiosi della filosofia medievale, come Alessandro di Alessandria, Bonaventura di Bagnoregio, Berardino da Feltre, Bernardino da Siena, Duns Scoto, Giacomo della Marca, Giovanni da Capistrano, Giovanni Olivi e Michele Carcano[15]. Queste figure sono state tra le prime a promuovere un modello di solidarietà capace di conciliare le leggi economiche con la morale e viceversa, contrariamente alla realtà contemporanea in cui domina il conflitto tra etica ed economia, come si è più volte ribadito nel paragrafo precedente.

Tale cammino di apertura dell’economia ai valori e della morale all’economia è culminato nel XV secolo con l’istituzione dei Monti di Pietà: quest’ultimi si avvicinano all’attività degli istituti di credito, effettuando un servizio di prestito che, usando le vivide parole del politico Pietro Sitta <<soddisfa ad un bisogno che può essere di tutti, del povero come del ricco, del proletario miserabile e privo di ogni risorsa come dell’attivo e fortunato industriale (…) Coll’operazione del prestito su pegno, si crea un vero e proprio contratto bilaterale avente effetti legali per entrambe le parti>>[16]. L’iniziativa nasce per porre un freno alla crisi creditizia e al fenomeno dell’usura dilaganti in quel peculiare frangente storico, in cui erano ripresi i commerci e cominciava a diffondersi l’economia monetaria. Parimenti, l’attività svolta dai Monti di Pietà si differenzia dalla beneficenza perché è sia fonte di diritti che di doveri da parte dei contraenti: l’impegnante ha diritto a ritirare il suo pegno integro, a fronte del suo dovere di restituire la somma ricevuta e di pagare gli interessi connessi al prestito; al contempo, il Monte ha il dovere di custodire il pegno fino alla scadenza del prestito, nonché ha il diritto di esigere la restituzione della somma prestata e il relativo pagamento degli interessi.

Perché tornare al solidarismo francescano oggi? La risposta è complessa, quindi bisogna procedere per gradi.

Sin dall’iniziativa dei Monti di Pietà, si possono rintracciare tre elementi che, con le dovute precauzioni, possono fungere da volano per una rinnovata responsabilità intergenerazionale per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future, ossia quelli di prestito, agape e inter-esse. L’immagine del prestito è un primo elemento che potrebbe essere “esportato” nel contesto della conservazione dell’ambiente naturale, in contrapposizione all’appropriazione indebita mossa dagli interessi privati, sia della classe dirigente che di quella politica: l’ambiente naturale non è di nostra proprietà, lo abbiamo solo temporaneamente in prestito e andrà custodito e restituito integro alle generazioni future così come ci è stato affidato da quelle passate. In questo lasso di tempo, abbiamo sì il diritto di beneficiare delle risorse naturali affinché ci possa essere un’adeguata crescita economica, ma questo utilizzo non può essere disgiunto dal dovere di non svalutare e depauperare queste risorse, affinché possa darsi uno sviluppo socioeconomico sostenibile.

Un secondo elemento che si potrebbe mutuare dal solidarismo francescano per la conservazione dell’ambiente naturale è la re-introduzione dell’agape, l’amore gratuito di matrice cristiana, nelle dinamiche della vita economica: come sottolineano Bruni e Smerilli[17], questo è il virtuoso risultato dell’attività svolta da figure carismatiche, come lo fu all’epoca quella di San Francesco d’Assisi, in grado di far uscire l’agape dai confini istituzionali delle realtà ecclesiali per fare il loro ingresso nelle dinamiche civili. Riportare l’elemento carismatico dell’agape nelle realtà economiche più industrializzate equivale a fornire un’adeguata risposta all’egoismo e alla razionalità strumentalepropri del già citato homo oeconomicus, custodendo ‘amorevolmente’ l’ambiente naturale per le generazioni future e affiancando progressivamente gli interessi privati con una riscoperta di quell’inter-esse che esiste naturalmente tra gli uomini.

Quindi, il terzo elemento che si desidera approfondire a partire dall’agape francescana è, appunto, quello dell’inter-esse: in primis, è errato il trade-off secondo il quale curare gli interessi privati debba necessariamente corrispondere al mettere fra parentesi quelli comuni. Piuttosto, bisogna individuare un equilibrio tra queste due dimensioni. Quindi, si vuole proporre la riscoperta dell’inter-esse, attraverso un ritorno al significato originario di questo termine, quell’ “essere in mezzo” evidenziato Zamagni[18]. Come si può riportare l’essere in mezzo per la promozione della responsabilità intergenerazionale in vista della conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future? Se l’essere in mezzo equivale, soprattutto, all’essere in comune, l’ambiente naturale diventa, a sua volta, quello spazio comune in cui si realizza concretamente questa dinamica relazionale. Tale elemento risulta in linea con la sopraccitata critica all’appropriazione indebita dell’ambiente naturale, riassegnando a quest’ultimo il suo ruolo di bene comune.

3.2 Approfondendo le categorie-valori francescane: l’attualità del solidarismo francescano

Dopo aver introdotto questi tre elementi a partire dal solidarismo francescano, si ritiene che essi possano essere sintetizzati all’interno di un’unica categoria-valore, ovvero quella della solidarietà, che si è posta al centro di questa auspicata responsabilità intergenerazionale per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future. Nella solidarietà vengono contemplati <<l’attenzione ai bisogni reali della società, il senso della libertà come scioglimento degli ingorghi che impediscono la comunione, la pari dignità degli uomini, da salvaguardare in modo efficace>>[19]. Così, attraverso il solidarismo francescano, si possono ‘riformare’ le realtà economiche più industrializzate, volgendo sì attenzione ai bisogni reali, sotto un profilo prettamente economico, ma conciliando la naturale competitività che appartiene ai mercati nella prospettiva neoliberale con una produttività creativa che non minaccia la convivenza tra uomini, ma, al contrario, la salvaguardia, sotto un profilo etico-sociale. Questo volontà ben si adatta alla responsabilità intergenerazionale in vista della conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future.

Pertanto, la solidarietà francescana è portatrice di quelle caratteristiche necessarie per porre un freno a una crescita economica illimitata e promuovere uno sviluppo socioeconomico sostenibile, grazie a questa duplice consapevolezza sia dei bisogni economici che della salvaguardia della dignità umana che, in quanto tale, non si limita al hic et nunc, ma può essere estesa in senso intergenerazionale e orientata alla specifica tutela dell’ambiente.

Invece, tra le categorie-valori connesse alla solidarietà francescana che possono essere mutuate da essa o reinterpretate a partire da essa, preziose per spiegare la necessità di un ritorno al solidarismo francescano, ci sono quelle di dono, responsabilità, condivisione, valore-legame e conservare, le quali meritano di essere adeguatamente approfondite in questa sede. Si è già visto come il solidarismo francescano si caratterizza per aver reso lo spazio economico un luogo di solidarietà, mentre la fonte di una simile concezione è insita nell’idea dell’essere comedono[20]: questa concezione si colloca sulla via della riconciliazione tra etica ed economia a fronte del primato del bene ad appannaggio della comunità tutta, come evidenzia Todisco[21]. Per favorire la diffusione di questa idea, il solidarismo francescano sostituisce il “possesso”, frutto del bisogno, con il dono, espressione di libertà autentica nella sua gratuità: allo stesso modo, si reputa che la tutela dell’ambiente naturale vada inteso come un dono per le generazioni future. Probabilmente, in questo passaggio, si può intuire come il tentativo di tornare al solidarismo francescano non è di certo privo di ostacoli, in quanto ognuno è figlio del proprio tempo e il senso della gratuità del dono fa fatica ad affermarsi in una realtà come quella contemporanea: ciò è riconducibile non solo alle più volte citate logiche capitalistiche, ma al venir meno di un orizzonte di senso, favorito dalla dilagante secolarizzazione.

Aprire una parentesi su questo, però, significherebbe allontanarsi eccessivamente dal seminato, quindi ci si vuole limitare a fornire una proposta per ovviare a questa difficoltà, ossia affiancando l’idea del dono, con quella di una spontanea responsabilità, da declinare in una prospettiva intergenerazionale, riconoscendo un’alterità relazionale e un dovere etico-morale anche nello spazio futuro. Nonostante questa crisi che ha colpito, nel senso più ampio del termine, la dimensione dei valori, le prime dimensioni che vanno riconquistate sono proprio quelle etico-morale e sociale, affinché si possa porre un limite al riduzionismo economico imperante. Quindi, la responsabilità intergenerazionale può integrare quella idea di gratuità del dono che faticherebbe ad affermarsi, da sola, in una società come quella contemporanea, in quanto, sotto un profilo epistemologico, l’economia riesce a interloquire più facilmente con l’etica che con dimensioni come quella confessionale, metafisica o esistenziale.

Invece, il fine di questa concezione dell’essere come dono è l’integrazione della semplice competizione (dalla valenza eminentemente economica e unilaterale), con quella della condivisione (dalla valenza etico-economica e reciproca), così che il valore d’uso e il valore di scambio possano essere affiancati dal valore-legame, per cui un bene vale nella misura in cui alimenta la comunione tra gli uomini. Una simile dinamica è resa possibile dal fatto che il solidarismo francescano sì rispetta le leggi economiche, quindi può essere un paradigma idoneo alla realtà contemporanea, ma rifiuta sin dalle sue origini il processo di economizzazione dell’esistenza umana, in quanto l’identità individuale si costruisce non attraverso il possesso, ma alla capacità di condivisione, diventando così espressione dell’identità sociale. Questo aspetto conferma ancora una volta la forza del solidarismo francescano per la conservazione dell’ambiente naturale per le generazione future: difatti, questo è un spazio di condivisione, ma tornando alla più genuina etimologia del verbo “cum”- “dividere”, non più come “dividere con altri”, ma “partecipare insieme”, anche a distanza di generazioni.

In questo quadro normativo, in cui la reciprocità relazionale torna a essere preminente sulla strumentalità, non solo la realtà economica, ma l’ambiente naturale, può essere ripensato come uno spazio di condivisione che richiede l’introduzione di un’ultima categoria, la quale non è propriamente implicita al solidarismo francescano, ma può essere reinterpretata a partire da quella di solidarietà per soddisfare i fini di questo lavoro, ossia quella della conservazione:così, ci potrà essere non solo crescita, ma uno sviluppo socioeconomico sostenibile, in vista della specifica consapevolezza del dovere di conservare l’ambiente naturale per le generazioni future. Attraverso l’integrazione della categoria-valore della ‘conservazione’, la solidarietà può concretizzare la responsabilità intergenerazionale attraverso la conservazione di quell’immensa opera d’arte vivente che è l’ambiente naturale, per usare le stesse sapide parole di Latouche e Faletra citate nell’epigrafe.

4. Conclusioni

Si vuole concludere questo intervento con le parole dell’economista Jeffrey Sachs, dedicate allo sviluppo sostenibile, capaci di sintetizzare il ruolo della filosofia morale nel dibattito interdisciplinare tra “Etica e Natura”. Egli ritiene che lo sviluppo sostenibile non debba essere solo una teoria analitica, bensì un paradigma normativo di riferimento, il quale si presenta tanto come <<un modo di considerare il mondo, con particolare attenzione alle interazioni fra cambiamenti economici, sociali e ambientali, quanto un modo per descrivere la nostra aspirazione a una vita dignitosa, coniugando lo sviluppo economico con l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale>>[22] Seppur sia mutuato da uno scenario storico diversamente da quello attuale, si reputa che questa rilettura e reinterpretazione del solidarismo francescano, lo rendano un interlocutore attuale per dialogare con la rinnovata coscienza ambientale che si fa progressivamente strada nei più disparati ambiti disciplinari. Così si potrà conciliare uno sviluppo sostenibile con un adeguato quadro normativo di riferimento entro il quale si possono superare tutti i limiti derivanti dal primato dell’economico su altri ambiti del reale

Declinare il solidarismo francescano in vista della conservazione dell’ambiente naturale per le generazioni future non esaurisce di certo la fitta trama di alternative disponibili in ambito etico-morale per promuovere responsabilità intergenerazionale, ma rappresenta probabilmente uno dei sentieri più affascinanti da percorrere, tenendo conto anche della recente crisi pandemica globale che ha messo a dura prova le relazioni interpersonali: in questa fase di emergenza, mentre il tempo si dilata e gli spazi si contraggono in maniera inversamente proporzionale al distanziamento sociale, dove il necessario isolamento rischia di rendere gli uomini alla stregua di atomi sociali, il mio auspicio è che la categoria-valore portante della solidarietà possa fungere altresì da collante per mantenere, saldo e vivo, lo spazio relazionale, in attesa di un pieno di ritorno alla normalità.

Riferimenti bibliografici

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[1] Cfr. P. DASGUPTA, Human Well-Being and the Natural Environment, Oxford University Press, Oxford and New York, 2001. [2] B. GIOVANOLA, Economia e giustizia in Etica dell’economia. Idee per una critica del riduzionismo economico, A. Biasini, C. Vigna (cur.), Orthotes, Salerno, 2016, cit., p. 101. [3] S. LATOUCHE, La decrescita felice, Feltrinelli, Milano, 2014. [4] F. TOTARO, Etica per l’economia e il lavoro in Etica dell’economia. Idee per una critica del riduzionismo economico, A. Biasini, C. Vigna (cur.), Orthotes, Salerno, 2016, cit., p. 87. [5] Ibidem. [6] Cfr. A. SEN, The Impossibility of a Paretian Liberal, “Journal of Political Economy”, 78, 1 (1970), pp. 152- 157. [7] Cfr. R. BOYER, Come conciliare la solidarietà sociale e l’efficienza economica nell’era della globalizzazione: un punto di vista “regolazionista, “Argomenti”, Franco Angeli, Milano, 25 (2009), pp. 5- 29. [8] Cfr. M. FERRERA, M. RHODES, Costruire uno Stato sociale sostenibile”, Quaderni di Rassegna Sindacale, 2000, pp. 83-106. [9] Il tema del trade off tra equità-efficienza è uno di quelli più importanti nella letteratura dell’economia del benessere del XX secolo. Tra quelle prospettive che hanno rifiutato questo genere di contrapposizione, spiccano sicuramente, da un lato, l’economista pescarese Federico Caffè, dall’altro, l’economista e filosofo indiano, Amartya Sen. Per approfondimenti, si invita alla lettura di V. ERASMO, “Sulla possibile influenza del liberalsocialismo di Federico Caffè e di Amartya Sen sulla diade di giustizia e libertà”, Leussein, XII, 2019. [10] Cfr. J. K. BOYCE, Inequality as a cause of environmental degradation, “Ecological Economics”, 11 (1994), pp. 169-178. [11] Cfr. S. BORGHESI, “Disuguaglianza di reddito, crescita economica e degrado ambientale”, Studi e note di Economia, 1 (2003), pp. 131-151. Il presente studio ha altresì mostrato che ci siano stati altri studi successivi a questo che hanno mostrato pochi studi hanno in realtà approfondito davvero l’impatto ambientale della disuguaglianza. Non entreremo nel merito di questi dettagli, i quali ci condurrebbero troppo lontano dai fini del presente lavoro, ma, per esaustività, questo aspetto andava, quantomeno, accennato. [12] E’ necessario un breve approfondimento circa differenza tra crescita e sviluppo in economia, considerando i rispettivi indicatori, per poi arrivare alla sostenibilità ambientale: infatti, la prima viene solitamente stimata grazie al PIL (prodotto interno lordo), indicatore unidimensionale che tiene conto dei consumi delle famiglie, degli investimenti dei privati e delle spese pubbliche nazionali, nonché del differenziale tra esportazioni e importazioni su base annua. Tuttavia, il Pil riesce a stimare solo gli scambi monetari, quindi è misura della sola efficienza di una nazione, trascurando sia le iniquità redistributive che aspetti non quantitativi connessi al benessere sociale. Invece, lo sviluppo viene solitamente misurato attraverso l’HDI (Human Development Index), indicatore multidimensionale che considera aspetti qualitativi relativi al benessere sociale come l’aspettativa di vita alla nascita, l’indice di educazione (ricavato dai tassi di alfabetizzazione e frequenza scolastica), nonché lo standard di vita a partire dal Pil pro capite su base annua. A differenza della nozione di crescita, quella di sviluppo è in grado di restituire la stima delle disuguaglianze socioeconomiche presenti in una società, essendo attenta sia agli aspetti qualitativi relativi al benessere individuale che alle iniquità rispetto alla distribuzione dei redditi e delle ricchezze nello spazio collettivo. Grazie a questa attenzione rivolta ad aspetti extra-economici dell’esistenza umana, lo sviluppo socioeconomico va di pari passo sia con l’inclusione sociale che la sostenibilità ambientale. [13] Cfr. M. BARTOLOMEO, R. MALAMAN, M. PAVAN, G. SAMMARCO, Il bilancio ambientale d’impresa, Il Sole 24 Ore Pirola, 1995. [14] Per approfondimenti sul tema, si rimanda a B. GIOVANOLA, Oltre l’homo oeconomicus, lineamenti di etica economica, Orthotes, Napoli-Salerno, 2013. V. ERASMO, Homo capabilitiensis Un paradigma antropologico per il futuro ispirato alla riflessione di Amartya Sen, in L’etica nel futuro, L. Alici, F. Miano (cur.), Orthotes, Salerno 2020, pp. 455-464. [15] Cfr. O. TODISCO, “L’essere come dono e il valore-legame. La prassi francescana del solidarismo”, Mediaeval Sophia. Studi e Ricerche sui saperi medievali, 2 (2007), pp. 84-115. [16] P. SITTA, “I Monti di Pietà in Italia”, Giornale degli Economisti, 6, 4 (1893), cit., p. 324. [17] Cfr. L. BRUNI, A. SMERILLI, Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi nella storia economica europea, Città Nuova, Roma, 2008. [18] Cfr. S. ZAMAGNI, “L’economia come se la persona contasse: Verso una teoria economica relazionale”, Working paper 32, 2006, pp. 1-28. [19] O. TODISCO, “L’essere come dono e il valore-legame. La prassi francescana del solidarismo”, cit., p. 87. [20] Cfr. L. BRUNI, L’ethos del mercato, Bruno Mondadori, Milano, 2012. [21] Cfr. O. TODISCO, “L’essere come dono e il valore-legame. La prassi francescana del solidarismo”, Medieval Sophia. Studi e Ricerche sui saperi medievali, 2 (2007), pp. 84-115. [22] J. SACHS, L’era dello sviluppo sostenibile, Università Bocconi Editore, Milano, 2015, cit., p. XI.

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